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Ethos
l' Uomo in bianco e nero


Diario


18 gennaio 2009

La stanza del vescovo

[ click | La parola vescovo, dal greco, significa “supervisore”, “sorvegliante”.
Il post compare alla rubrica Apologetica del sito rivista fulminiesaette.it 
]


Le mani di don Tonino 

Non può essere apologetico un ritratto di don Tonino. Bello, . La categoria dell'apologia non contiene la mitezza del suo cuore. Di questo strano pastore pugliese, della punta del tacco. Alessano, quattro passi da Finis Terrae di Santa Maria di Leuca. Gran nuotatore. Fisico integro fino all'irruzione del tumore. Accolto senza mai perdere il sorriso, nemmeno alle soglie del transito, il 20 aprile 1993. Probabilmente psicosomatizzato in virtù della compassione per la comunità.

Ironico, estremamente ironico, già nella lettura delle sacre scritture, desacralizzate senza perdere in misticismo. Attento alla ferialità delle persone più umili, popolane. Da chiamarle per nome nelle omelie e negli scritti. Spesso giovanissime donne o madri schiacciate dall'irredimibilità di un sud sconfitto dai suoi stessi rituali, perversi. Che censurava duramente negli auguri di fine anno a sindaci e consiglieri, e deputati e senatori e ministri e sottobosco. Tanto da rimanere isolato, etichettato, dal contesto delle elite che ivi [la Puglia a cavallo dei primi anni '90] gestiva il buon affare della politica.

Tagliente fino alla crudezza. Senza mai deprimere l'orizzonte della speranza. Niki Vendola può considerarsi un suo figlioccio [storcerà il naso qualche cattolico benpensante, ma così è]. Muoveva i primi passi nell'agone della politica dei Signorile [craxiano social-ferroviario] e dei Fitto [padre]. E lui, don Tonino, a riempire chiese, strapiene, scosse da quelle parole dolci come favo di miele ed acuminate come spada a doppio taglio. Con una voce piena, pastosa, autorevole, profetica. Mai troppo amata dalla chiesa di Camillo Ruini. Troppo popolare e spregiudicatamente libera. Non intruppata e velleitariamente gerarchica.

Di don Tonino vive quella parola. Che venica coltivata dalle opere, silenziose, mai rivendicate. Dalla ricchezza dei suoi piani pastorali, mai ecclesiocentrici né clericali. Sempre spine nel fianco delle società locali, nelle piaghe putride dell'arraffazzonismo, una via di mezzo tra l'assalto alla spesa pubblica e il dilettantismo fine a sé stesso delle amministrazioni prive di respiro, di passione. Con due soli indumenti.

La stola e il grembiule.
 
«Si, perché di solito la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta ed i suoi colori, con i suoi simboli ed i suoi ricami. Non c'è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.

Il
grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore, per un giovane prete. Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo. Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule, né di amitti, né di stole, né di piviali».

La stanza del vescovo, si può dire di lui, cominciava dall’eucarestia e si estendeva nel recinto del gregge, nei giorni feriali delle sue genti e della sua chiesa. Quella dell’episcopio era sempre aperta. Giorno e notte. Anche ai più poveri e maledetti, che in più di un’occasione lo avrebbero minacciato, picchiato e malinteso. Nella luce mariana dei suoi gesti e dei suoi silenzi. Delle sue faccende domestiche e del suo impegno per la pace trinitaria, che declinava come convivialità delle differenze.

Link map: fulminiesaette|oggebbio|dtb channel|wikitaubi|com pàssus|ditaubi|flickrgallery|chiamatemi don tonino|grembiule|maryâm|ospitalità|convivialità


6 giugno 2008

Corpo di reato

Berlusconi dal Papa: «Siamo con la Chiesa».

«
La nostra linea è quella della fermezza, non faremo nessun passo indietro. L'obiettivo è chiaro: nessuna tolleranza per chi viola le nostre leggi. Il
reato di immigrazione clandestina deve funzionare anche da un punto di vista pratico, sennò rimane sulla carta»
, ha detto il premier, intervistato nel corso della trasmissione “Panorama del giorno” su Canale 5.

Nulla, in effetti, è più fermo di un cadavere.

Palazzo Chigi fa inoltre sapere che «il Presidente Berlusconi ha confermato al Santo Padre la priorità attribuita dal Governo italiano, nella sua azione sul piano interno ed internazionale, ai valori di libertà e tolleranza ed alla sacralità della persona umana e della famiglia».

[ click ]

Poche ore prima dell'udienza privata, Berlusconi aveava espresso un «ringraziamento» al Papa per «l'apprezzamento del nuovo clima in Italia con l'avvento della nostra parte politica».

«Noi siamo dalla parte della Chiesa - aveva sottolineato il premier intervistato da Maurizio Belpietro - crediamo nei valori di solidarietà, giustizia, tolleranza, rispetto e amore dei più deboli. Siamo sullo stesso piano su cui opera la Chiesa da sempre».

Il Papa tace. La Magistratura interdice.

Link map
: selasonocercata|linea della fermezza|bell'italia|berlusconi IV|anm


19 aprile 2007

1| Il pastore monocorde

Sono trascorsi due anni dall’elezione al soglio di Pietro di Benedetto XVI. In discontinuità dal venerato predecessore fin nel nome. Un tempo sufficiente a tracciare un primo bilancio del pontificato, provando a riconoscerne i cardini e le paure. Preoccupazioni affidate, consegnate, dal collegio elettorale riunito in conclave, ad un ottantenne pastore che parla sempre a bassa voce, con tono monocorde. Fin dalle prime parole pronunciate da 265° successore di Pietro: “Dopo il grande Giovanni Paolo II i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”.

Il primo mito da abbattere è che si tratti di un conservatore; è piuttosto un uomo che si pone rigidamente, perfino dogmaticamente nel solco della tradizione. Il depositum fidei è il suo bagaglio, che può essere bisaccia o convoglio, e quindi frenare innovazioni improcrastinabili o favorire aperture di credito pragmatiche quanto necessarie a contenere il vistoso calo di vocazioni nella culla, occidentale, del cristianesimo, l’Europa.

Il ruolo della donna nella chiesa ratzingeriana è destinato a crescere, non solo per l’affermarsi delle devozioni mariane, ma anche per il dinamismo che le vocazioni femminili sembrano conferire alla spiritualità agìta, popolare e missionaria, almeno da svariati secoli a questa parte. Paradossalmente il papa teologo, disciplina maschile per eccellenza, comprende l’insufficienza della razionalizzazione asettica dei vincoli dottrinali. La riscoperta del pensiero di Soloveev e l’apertura ai movimenti ecclesiali sudamericani, contemporanea alla correzione impartita al teologo della liberazione Jon Sobrino [quasi per pregiudiziale riflesso condizionato], muovono in questa direzione.

Come pure i primi atti da pontefice, con la presentazione della vita degli apostoli lungo le udienze d’esordio del mercoledì. Notoriamente le prime comunità cristiane, quelle promosse dai discepoli testimoni diretti della teofania gesuale, avevano riconosciuto il ruolo della donna ben oltre la tradizione ebraica. Se non altro per lo stigma del nato da donna [Galati 4,4], e per l’impressionante successione di atti, pubblici e privati, che Gesù stesso aveva posto in essere per valorizzarne la sensibilità. Sono sempre le donne, nei vangeli, ad essere fonte di rivelazione, con una partecipazione corporea oltre che emotiva alla sua parabola personale, dal grembo [Elisabetta] alla croce [la Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala], alla resurrezione [le donne riferiscono l’evento agli apostoli o ne sono testimoni dirette].

Partecipazione corporea: le doglie di Maria, il fazzoletto di Veronica, la lapidazione scampata dall’adultera, il dialogo con la samaritana al pozzo di Sichar. Un elemento ineliminabile al carattere sensuale della femminilità. Che riconduce ad uno dei due pilastri del pensiero ratzingeriano: la ricostruzione delle categorie ontologiche proprie di una contemplazione fortemente intellettualizzata. Questa è la preoccupazione principale di BXVI. Su cui si innesta un discutibile ed anche pericoloso riflesso omolesbofobico. È inevitabile ad un pensiero compatto che si scontra con una realtà fortemente relativizzata dalla promiscuità di comportamenti e stili di vita, paradossalmente generati proprio dall'alveo occidentale, per induzione di consumo, quindi per inprinting economico mercatista.

Anche qui un inciso. Il relativismo denunciato dal Ratzinger teologo, fortemente intriso di pessimismo, va parametrato alla natura divino-umana di Gesù, non declinato in relazione alla modernità. L’errore interpretativo del circuito mediatico nasce dal fraintendimento delle categorie di pensiero utilizzate.

Il modello di Benedetto XVI è Gesù di Nazaret, ed il suo pessimismo della ragione resiste nella radicata convinzione che allontanandosi dalla mistica pratica suggerita dal Cristo non c’è vita. Non c’è pienezza di vita. Non c’è possibilità di vita. La modernità è, in tal senso, relativistica. Ma sempre riferendosi ad una certa idea metastorica, escatologica, della rivelazione cristiana.

«Di questo Padre del Monachesimo occidentale [san Bendetto, nda] conosciamo la raccomandazione lasciata ai monaci nella sua Regola: “Nulla assolutamente antepongano a Cristo” [Regola 72,11; cfr 4,21]. All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a san Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!» [prima Udienza generale | Mercoledì, 27 aprile 2005].

Storicizzando la categoria del relativismo si rende un cattivo servizio all’idea di chiesa di Roma promossa da Benedetto XVI, pur criticabile per certe astrazioni. Il suo magistero, infatti, si presta assai poco alla riduzione titolistica promossa dall’infotainment instant, che ammorba con superficialità la mediazione giornalistica. È una pastorale invece che va ruminata ed ascoltata senza pregiudizio. Per sottrarle il carattere gerarchico e restituirle obbedienza in senso etimologico: ascoltare in profondità, ob-audire.

1| continua


2 aprile 2007

L'orfananza

La libertà nella verità, con la lettera minuscola, quella possibile, è l’orizzonte che ha segnato l’intera vicenda umana di Karol Wojtyla.

L’uomo di Wadovice che ha conosciuto da polacco l’Uomo di ferro, ha presto accantonato la critica al comunismo in cui era cresciuto, senza mai abdicare al dovere di indicarne i limiti dottrinali, prima che statuali. Per concentrarsi in una censura ben più radicale alle fondamenta della solitudine dell’uomo contemporaneo, spesso abbiente: nell’indifferenza per la metà abbondante di umanità consegnata al proprio destino [quando ininfluente sul piano geostrategico]. Un’obiezione normalmente occultata nella catalogazione mutilata del suo pontificato.

Eppure quella libertà si radicava in una vicenda personale tuttaltro che piana, in cui i lutti si succedevano come una falcidia: madre, a
9 anni, fratello a 12, padre a 21, nel 1941, l’anno che precedeva il suo ingresso al seminario clandestino di Cracovia. Una dinamica che non ha mai scalfito la dimensione della fede ma non sappiamo quanto abbia inciso nella formazione della propria personalità, nella profondità della ricerca della Verità, con la lettera maiuscola.

Quanto si può desumere da una mistica al cui centro ha sempre avuto un ruolo dirimente la continuità tra
preghiera profonda e vita eucaristica. La sua libertà nasceva dalla preghiera, la sua solitudine umana era assorbita dalla contemplazione, i suoi talenti personali erano posti a servizio della Verità tutta intera, nella persuasione intima di poter comunicare, dalla Cattedra e fuori, solo una verità con la lettera minuscola. Da uomo di Dio che non considerava la propria umanità una diminutio, ma un trampolino ancorato nel cemento dell’umiltà.


7 marzo 2007

Sandro Magister Vitae

Nel suo discorso, riportato più sotto, Ruini riassume accuratamente le posizioni di Habermas e le sue critiche alla lezione di Ratisbona, prima di analizzarle e contestarle.

Qui basti aggiungere che Habermas definisce così la molla che lo ha spinto a studiare un nuovo rapporto tra ragione e fede: "il desiderio di mobilitare la ragione moderna contro il disfattismo che le cova dentro".

Questo "disfattismo della ragione", Habermas lo vede all'opera sia nello "scientismo positivistico", sia in quelle "tendenze di una modernizzazione deragliata che sembrano ostacolare più che favorire gli imperativi della sua morale di giustizia". Una lezione laica che ha molto da insegnare ai cattolici ammaliati dalla moderna razionalità.

Ecco dunque, leggermente abbreviato e con titoli redazionali, il discorso del 2 marzo 2007 in cui il cardinale Ruini critica le critiche di Habermas a Benedetto XVI

Camillo Ruini sorride...

[
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Il limite di Sandro Magister è nella sua storia personale di cattolico conciliare entrato in stretto contatto con la monocultura ruiniana, sciaguratamente impressa a parte del clero italiano. Il tema non è la fascinazione per la modernità, che non è prevalente nelle controparti che Magister interpreta male, né rappresenta un idolo per alcuno, quanto nel dialogo che occorre mantenere con quanti non sono toccati dall’antropologia cristiana, semplicemente perché non la conoscono o la rifiutano.

Ruini ha scommesso su un cattolicesimo non forte di comportamenti concreti, e pertanto riconoscibile nella pratica quotidiana, quanto su un cattolicesimo di stato, per non dire di status. Che è esattamente l’atteggiamento che ha franato nell’incontro tra Chiesa e modernità, come dimostra la vicenda iberica almeno quanto quella italiana: se fosse sufficiente lo status non si capisce come, nel volgere di un trentennio, la fede popolare sia evaporata. O non esisteva prima e quindi era già esile, o se esisteva agiva nel limite del conformismo più anticristiano che si possa immaginare.

D’altra parte è stato per primo il Gesù cristiano a diffidare di quanti si nascondono dietro una comoda sottana per eludere nella sostanza il messaggio, rimuovendolo dai comportamenti, sulla base di un rapporto di potere e non di ascolto profondo. Tantomeno di insegnamento, ovvero di accompagnamento, di compassione per la fragilità delle basi dell’agire umano.

Quelle fragilità, cha attraversano i cristiani quanto gli agnostici pratici e gli atei che non abbiano la profondità di pensiero di un Habermas, sono esattamente il deserto, la croce o la vigna da coltivare, secondo il linguaggio cui ci si sente più vicini. E non si nutrono di vuote rappresentazioni embedded, che mostrino la corazza di un pensiero compatto e privo di crepe speculative per nascondere [nascondersi] il rischio dell’incontro. Un altro logo non attrae nessuno: la comunicazione è piena di casi di successo che realizzano brand di mercato.

Matteo 7,22-23: "Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità."

Ma il
cristianesimo non è un posizionamento nel mercato, tra le offerte à la carte di modelli di vita. Perché non ha normato, come l’ebraismo, condotte preferibili alle altre. È la mensa che crea relazioni di prossimità, non determinando divisioni in base a doveri esterni ed astratti. È invece la ricerca che spinge ad abbandonare le comode certezze di un’esistenza rassicurante anche quando tormentata, per comprendere il dono della unicità di ciascuna vita. Come per la Gelsomina della Strada di Fellini: una donna che pensava di valere niente e scopre di essere, a partire dalla relazione che costruisce con l’indifferenza più ottusa di Zampanò.

Anthony Quinn e Giulietta Masina


Ma questa traiettoria non si codifica dall’alto, si realizza nell’incontro fecondo con l’
alterità, qualunque matrice abbia. Senza la pretesa di vincere, costi quel che costi.

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Secondo la definizione di Leonardo Boff, in Ethos mondiale

EGA 2000 ISBN 88-7670-394-2, €11,36:

Per ethos intendiamo l’insieme delle aspirazioni, dei valori e dei principi, che orienteranno le relazioni umane nei confronti della natura, della società, delle alterità, di se stessi e del senso trascendente dell’esistenza, Dio.



Si vis pacem para pacem

 

Questo blog è gemellato con Devarim [in ebraico Devarim sono le parole, o le cose].
La lettera ebraica che abbiamo insieme scelto per illustrare questo spazio in comune è bet
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15 marzo 2005 | 15 marzo 2006


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- 5 y Favole greche e leggende metropolitane [ici]

4 y Anche i ricchi piangono [o dei rovesci]

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Si sceglieva tra 2 modelli*:

il sistema che accoglie l'individuo,
non privo di limiti;

l'individualismo che rigetta la relazione
tra gli individui, la nega ideologicamente,
privilegiando la soluzione asociale.

Io scelgo e voto per una società che
sa trarre forza dagli individui
per costruire il sistema e lo scudo,
anche per i più deboli
, gli ultimi,
i meno muniti e più sprovveduti,
che non possono rimanere ostaggi,
in balia dei rapporti di forza
economici o politici;
e non delega la salvezza all'uomo, della provvidenza



banditore [ in un film già visto ].

*ma l'Unione non lo aveva capito.






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FENICOTTERO SNODATO Un'esemplare di fenicottero rosa si accarezza compiaciuto il collo allo zoo di Francoforte in Germania (Frank May /Epa)

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