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Diario


20 giugno 2008

Little John Tax

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Il Ministro Tremonti sembra aderire con grande entusiasmo allo spirito di queste prime settimane di governo, secondo cui l'importante è stupire e colpire l'immaginazione più che risolvere i problemi.

Ma dopo settimane di propaganda sulla cosiddetta Robin Hood Tax
, l'innalzamento dal 27 al 33 per cento dell'aliquota sui profitti delle società petrolifere [pur accompagnata dalla patrimoniale imposta tramite una diversa regola per la contabilizzazione delle scorte di petrolio] non mi sembra meritasse tanto clamore. Rimane lo sconsiderato progetto di creare una Banca del Sud: si dice che sarà privata ma la si crea tramite un decreto ministeriale e con una dote di 5 milioni di denaro pubblico. I privati che vogliono creare una banca di solito si rivolgono alla Banca d'Italia per ottenerne l'autorizzazione, non al Governo per ottenere fondi pubblici.

Ma soprattutto si fa fatica a intravedere in questi provvedimenti una strategia a lungo periodo. Durante il precedente Governo Berlusconi la spesa pubblica aumentò, rispetto al Pil, di due punti. Prodi coprì quelle spese aumentando di due punti la pressione fiscale.

Il nuovo piano triennale sulle spese non crea spazi per una riduzione delle imposte e prevede che la pressione fiscale rimanga sostanzialmente invariata, a un livello che è oggi tra i più elevati d'Europa. Il taglio delle tasse è rimandato ai provvedimenti sul federalismo annunciati per l'autunno, ma come vi si farà fronte? A meno che Tremonti non pensi di accogliere il suggerimento implicito del governatore della Banca d'Italia di ridurre in modo radicale i trasferimenti alle regioni del Mezzogiorno che oggi valgono circa tre punti di Pil.

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14 gennaio 2008

3|3 Un’ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno

Di Mario Parente | continua

Ora sbaglierebbe chi pensa che tutto ciò è la riproposizione o la continuazione di una sorta di Mezzogiorno arcaico, sempre simile a se stesso e sempre sprofondato nell’antinferno del sottosvilippo e dell’arretratezza. No, Niente di tutto questo. Ciò di cui parliamo è il Mezzogiorno attuale e questa sua struttura configura paradossalmente i termini di una sua specifica ed inedita modernità. Una modernità civilmente sterile. Un Mezzogiorno non paralizzato, fermo: tuttaltro. C’è in esso un dinamismo che va analizzato, indagato, capito bene ed a fondo. Una sorta di equilibrio dinamico. L’equilibrio è tra i vari livelli, istituzionale, politico, sociale economico, culturale ed i vari soggetti e tale equilibrio è il cemento del patto che gestisce la “ricchezza del Mezzogiorno”.

Il Mezzogiorno allora è e, come si usa dire, fa sistema. Insomma è un area con una sua propria autonomia, basata sulla distruzione di ogni forma di autonomia dei vari soggetti in essa presenti. Tale sistema per organizzarsi e riprodursi ha bisogno del massimo possibile di consenso e del minimo possibile di partecipazione e controllo. E’ qui il terzo paradosso: contemporaneamente l’espropriazione della democrazia come forma di governo e la necessità della democrazia come meccanismo di legittimazione del potere.

Il problema non è, voglio ripeterlo, prioritariamente economico ma è prioritariamente problema di potere, di governo e quindi di democrazia. Qualsiasi ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno , qualsiasi progetto di sviluppo, programma di intervento non può prescindere da ciò pena il ridursi ad essere l’ennesima e studiata manovra per garantire la ricchezza del Mezzogiorno e con essa, insieme, il sistema di potere e complessivamente la sua dinamica e moderna inciviltà.

Dobbiamo avere, allora, la capacità di elaborare alcune prime proposte per la crescita democratica e civile del Mezzogiorno, non facendoci prendere dalla sensazione personale o peggio ancora non facendoci condizionare dai sempre pronti e codificati giudizi dei tanti e troppi colti e ben pagati “pianificatori” di questo Mezzogiorno malato. E se è questa la scelta che intendiamo e vogliamo fare, da dove partire?

Io penso che bisogna partire dal rapporto che si è venuto a creare tra individuo e struttura di questo sistema territoriale, tra individuo ed organizzazione dello Stato a tutti i livelli.

Ed allora entriamo, anche se sinteticamente, nel merito. Se io oggi intendo solo discutere delle mie idee o credo sia necessario modificare l’attuale stato delle cose, fare proposte, rivendicare tutela e diritti, denunciare sprechi e collusioni, lottare prepotenze e soprusi, dove e come lo posso fare? Sempre se mi è permesso poterlo fare. Nei partiti politici, nei sindacati, nelle organizzazioni professionali, in quelle culturali o religiose, nelle istituzioni, dove? Se proprio questi soggetti collettivi sono diventati strumenti organizzati della dominanza e del potere reticolare e vivono di una propria e privata democrazia di comodo e di margine.

E se non si è d’accordo su tale democrazia e la conseguente gestione di tali soggetti, quale è la possibilità di poterli modificare, cambiare? Come ed in che modo è garantito il confronto ed il conflitto, a chi? In che modo è regolato tale confronto e definito l’esito?

Se non esiste, come non esiste, tale possibilità ciò che allora è essenzialmente compromessa è la libertà del singolo, la possibilità di potere e volere essere “cittadino” e cioè titolare di diritti e del potere di scelta.

Senza possibilità di scelta la libertà non esiste. E’ vuota. Ecco perché un sistema che limita tale possibilità, che cancella e schiaccia il necessario ventaglio delle opportunità, finisce con il funzionalizzare il ruolo della “legge” al mantenimento di tale riduzione delle libertà e delle chances. Perché in tale contesto la legge non regola il rapporto tra individuo e poteri, in senso positivo, ma regola e giustifica talvolta proprio il rapporto di dominanza dei poteri sull’individuo. Una dominanza che è fatta di riduzione delle opportunità, minimizzazione delle scelte e produce una costante sottrazione di libertà e di democrazia ed una assoluta centralità dell’appartenenza. L’appartenenza come prima e talvolta unica scelta praticabile.

Quale è allora la libertà di un ragazzo o di un giovane delle periferie metropolitane o dei quartieri suburbani come dei desertificati piccoli paesi, e che cosa è per loro la democrazia? Quale e cosa è la libertà per migliaia e migliaia di giovani senza alcuna possibilità di scelta di lavoro e di vita, diversa o alternativa che sia? Cosa è la libertà per chi aspira o e imprenditore? E cosi via. Per i giovani ricercatori, le ragazze laureate o no, i lavoratori. Se non ci sono possibilità di scelta su cui esercitare libertà e costruire democrazia non resta che “lo sviluppo” che ti impongono. Quell’insieme nuovo e perverso di conveniente rinuncia ad essere cittadino e l’accettazione di un territorio la cui legge più forte è quella data dal codice materiale dell’appartenenza.

Non a questo o a quel potere soltanto. No. Ma al dominio dell’oggi. Del giorno per giorno. Che è la distruzione non di ogni vecchia o nuova ideologia, ma più semplicemente e tragicamente di ogni forma di utopia. E cioè la costruzione del tempo che viene come dimensione umana e civile del tempo che si vive. Ed allora, al lavoro, con umiltà, con intelligenza, senza melmose mediazioni. Fuori e contro questa opprimente palude che è il Mezzogiorno.

3 di 3 Una ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno

Link map: mario parente|
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13 gennaio 2008

2|3 Un’ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno

Di Mario Parente | continua

Allora che cosa è questo Mezzogiorno vuoto o meglio questo vuoto del Mezzogiorno? E che cosa è questo Mezzogiorno pieno e stracolmo? Io penso che questa sia un domanda centrale ed ineludibile a cui rispondere per discutere veramente di sviluppo e dei sua qualità, al di fuori e contro ogni luogo comune.

E così mi sembra di poter affermare che il vuoto è quello del ruolo dei soggetti collettivi e della democrazia nel Mezzogiorno e la pienezza stracolma è quella del patto tra tali soggetti per la gestione della ricchezza nel Mezzogiorno, a partire dalle risorse pubbliche.

Lungo tutto il periodo che va dai primi anni novanta ad oggi si è sviluppato a dismisura ed in modo crescente un rapporto tra i vari siggetti istituzionali, politici, sociali, economici, territoriali presenti nel Mezzogiorno tale da dar vita ad un equilibrio ed un accordo di poteri del tutto nuovo, radicale ed esteso che mai il Mezzogiorno e l’intero Paese avevano visto.

Tale accordo viene a configurarsi come vero e proprio “modello di governo” e cioè legittimato da un vasto ed esteso consenso sociale a tutti i livelli. Qui è il nodo ed il punto centrale del Mezzogiorno: la società o meglio il sociale organizzato o meno non ha nessuna autonoimia, anzi è stato privato di qualsiasi autonomia. Il sociale nel Mezzogiorno, o meglio nei mille Mezzogiorno che esistono, non è più soggetto ma contemporaneamente non è neanche più passivo e funzione di una convenienza generale.

In effetti si è avuta una impressionante e radicale modificazione culturale il cui asse portante è costituito dal rapporto di accettazione sociale del modello e dei meccanismi e degli effetti del sistema di potere e della sua identificazione territoriale.

Tale identificazione è data e garantita dalla politica e cioè dalla organizzazione e gestione dei partiti. Da un preciso modo di essere “governo” sia in maggioranza che all’opposizione. In tal senso anche la politica ha subito e subisce una strutturale trasformazione nel rapporto con l’individuo, con l’elettore. Il rapporto non avviene solo e principalmente sul piano dello scambio ma della compartecipazione, dell’appartenenza. Non esiste solo il cliente ma il complice politico.

Ma allora questa complicità sociale cosa è, come si configura, a cosa concretamente si rapporta?

Ad una condizione di gestione complessiva dell’intero Mezzogiorno nella sua varia articolazione. I vari soggetti gestiscono unitariamente il Mezzogiorno attraverso l’appropriazione delle risorse economiche, delle funzioni pubbliche, l’annullamento del controllo sociale ed il parallelo rigido controllo su tutto. Il secondo paradosso: il sociale o la società nel suo complesso non deve più controllare niente ma deve essere solo e totalmente controllato e così può partecipare alla divisone della ricchezza e dei suoi benefici.

E’ su questo piano della gestione e dell’assoluta uniformità che si attua l’annullamento di qualsiasi diversità tra i soggetti e l’omologazione di comportamenti per cui nell’opinione pubblica poi scompaiono gli stessi partiti e compare la politica come riduzione negativa. Essa non è più una risorsa ma un costo ed un costo da sostenete socialmente e non solo e non tanto sul piano economico. Basterebbe già questo per rendersi conto che il problema del Mezzogiorno non è prioritariamente un problema economico. Assolutamente. E che quindi la questione sviluppo va affrontata su un piano diverso da quello dei piani, dei programmi, dei progetti fino ad ora conosciuti e che sono il fiore all’occhiello delle Regioni e dei Governatori meridionali. In poche parole della struttura portante dell’antidemocrazia nel Mezzogiorno.

Insomma nel Mezzogiorno, a me sembra, siamo dinanzi ad una quasi inesistente autonomia del sociale, ad una altrettanto inesistente autonomia delle istituzioni, ad una forte dominanza della illegalità e della discrezionalità personale, ad un ruolo - nello stesso momento - di organizzazione, cementificazione e legittimazione di tale elementi in sistema di potere, della politica. Questo sistema che pur si diversifica nei vari territori regionali e subregionali, per potersi riprodurre ha bisogno di due elementi determinanti: una quota crescente di risorse pubbliche ed una riduzione del conflitto e del controllo come contenuti della democrazia.

Il primo viene garantito dalla spesa pubblica, il secondo elemento dall’assoluta inesistenza di regole nella organizzazione e gestione dei vari soggetti: in poche parole dalla natura stessa dei vari soggetti ed al loro carattere “tribale”.

Se è così non è solo da indagare allora sui rapporti tra politica ed illegalità con riferimento a singoli , gruppi e via dicendo ma alla omologazione dei modelli organizzativi tra i partiti e le stesse organizzazioni malavitose.

In effetti i partiti mutuano dalla malavita il loro modello organizzativo. In Campania ciò ha raggiunto livelli alti e inquietanti non meno che in Calabria e Sicilia. Diversi e simili nella loro originalità. E ciò in parte coincide con il superamento del vecchio modello di partito politico “clientelare”.

Ciò che li unisce è il rigido controllo sul territorio e del territorio attraverso una serie di mandati strutturati in una rigida gerarchizzazione dei ruoli e delle responsabilità. Il clan, in effetti. E lo stesso confronto politico assume sempre più le forme di una lotta tra clan per il controllo del territorio e la conquista del potere di “comando”.

2 di 3 Una ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno |continua

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di 3


12 gennaio 2008

1|3 Un’ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno

Di Mario Parente

La richiesta di alcune considerazioni al saggio breve dal titolo “Unipotesi di lavoro per il Mezzogiorno” mi dà l’opportunità di porre alcuni problemi su cui da qualche tempo tento di ragionare. Lo farò sinteticamente, nella speranza che ciò possa contribuire, anche minimamente, ad una necessaria ridiscussione non solo del rapporto Mezzogiorno
/Sviluppo ma  di che cosa  attualmente è il Mezzogiorno, cosa che io considero importantissima e propedeutica a qualsiasi altro problema. Anzi per me questa è la vera e propria questione con cui fare i conti oggi.

 

E partiamo proprio da ciò.

 

Io penso che gran parte, ma forse tutti  i lavori sul  Mezzogiorno affogano letteralmente  in un linguaggio ripetitivo, inespressivo e quindi banale. E come tutte le banalità tale linguaggio è esteso ed omologante. Mette insieme sinistra, centro e destra sul piano politico e similizza, opacizzando, sul piano sociale e culturale.

 

In un modo o nell’altro dicono tutti le stesse cose, finanche con la stessa terminologia. E’ solo questo un problema  linguistico, espressivo,  o peggio ancora formale? Non so, forse. Ma allora iniziamo a pensare, e scrivere poi, annullando e superando tutte quelle frasi fatte, quelle parole che vanno a costituire una serie ossessiva ed insopportabile di luoghi comuni. Ne sottolineo solo alcune: linee programmatiche, strategie progettuali, dimensione globale, capitale del mediterraneo, fare sistema, essere rete, e così via.

Ci sarebbe da riempire intere pagine. Io mi sono qualche volta divertito, o meglio, impegnato a farlo: si cancella da una intervista, da un articolo di giornale, da un discorso tutto ciò che è ripetitivo, che è vuoto, e si sostituiscono con contenuti reali e con parole non consumate frasi di comodo e luoghi comuni. Alla fine resta poco o nulla o, peggio, ancora un ammasso melmoso di  tautologie.

 

Ed allora possiamo dire che c’è anche un problema linguistico e formale. Ma in questo senso. Il linguaggio è il segno di un’assoluta mancanza di pensiero: creativo, critico ed innovativo, di un consistente deficit culturale, di un rilevante vuoto di analisi e proposte e cioè di una necessaria e nuova cultura politica.

 

A cosa può essere riferito, allora, questo deficit, questo vuoto relativamente al Mezzogiorno?

 

Ad una marcata incapacità di analizzare e voler capire ciò che è attualmente il Mezzogiorno, non tanto e non solo nel contesto complessivo in cui agisce, ma che cosa costituisce e struttura il Mezzogiorno socialmente, quali le modificazioni in atto sul piano politico, istituzionale, culturale.

Che cosa è la politica nel Mezzogiorno, cosa significa essere cittadini, quale è la struttura sociale, come si sono modificati ceti ed aspettative, che cosa di rilevante e significativo è avvenuto nella vita della gente, dei giovani dei lavoratori, perché si pensa in un certo modo o nell’altro, quali i processi di riproduzione sociale e quali le forme talvolta inedite di presenza, appartenenza o conflitto, quale il ruolo ed il peso dei soggetti collettivi, quale, se c’è, il senso comune del sentire e sentirsi tra espropriazione e riappropiazione di identità e scelta.

Insomma che cosa e che significa oggi vivere nel Mezzogiorno.

Cercando di dare risposte a queste e ad altre innumerevoli domane negate o volutamente ignorate possiamo superare la concezione di un Mezzogiorno contenitore immobile e sempre eguale a se stesso di emergenze, di occasioni, di necessità, di strategie, di piani e programmi di sviluppo. Piani, programmi, progetti nati e sviluppatisi a dismisura in questo ultimo decennio, in particolar modo ed a tutti i livelli, che hanno però una sola e significativa costante: non solo lo stessa fraseologia, come dicevo, ma quella di riferirsi ad un Mezzogiorno che non esiste, sia sul piano sociale che istituzionale, sia sul piano politico che economico e culturale. Non ad un Mezzogiorno che si ipotizza ma ad un Mezzogiorno che si da come condizione e che finisce con l’essere solo strumento e funzione.

 

Paradossalmente un Mezzogiorno vuoto di realtà e stracolmo di immagini e concettuali costruzioni convenienti.


Paradossalmente un Mezzogiorno vuoto di realtà e stracolmo di immagini
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di 3 Una ipotesi di lavoro per il Mezzogiorno | continua

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La lettera ebraica che abbiamo insieme scelto per illustrare questo spazio in comune è bet
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Si sceglieva tra 2 modelli*:

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privilegiando la soluzione asociale.

Io scelgo e voto per una società che
sa trarre forza dagli individui
per costruire il sistema e lo scudo,
anche per i più deboli
, gli ultimi,
i meno muniti e più sprovveduti,
che non possono rimanere ostaggi,
in balia dei rapporti di forza
economici o politici;
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banditore [ in un film già visto ].

*ma l'Unione non lo aveva capito.






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FENICOTTERO SNODATO Un'esemplare di fenicottero rosa si accarezza compiaciuto il collo allo zoo di Francoforte in Germania (Frank May /Epa)

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