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Ethos
l' Uomo in bianco e nero


Diario


6 giugno 2009

Guardando a Sinistra, in Libertà

«Barack Hussein Obama ha risvegliato la ragione facendo leva su una travolgente emotività carismatica». Scrive Eugenio Scalfari, oggi. Per un'analoga ragione credo sia necessario, oggi, mobilitare una quota d'elettorato in grado di ricucire lo strappo dei riformisti dal sogno: forzando gli schemi tecnocratici, senza divorziare dalla realtà. Questo il mio voto per Sinistra e Libertà. Pur nei suoi limiti.

Nella distanza che separa il panorama civile italiano odierno dall’America incoraggiata da Obama: uno statista è infatti colui che forgia la Nazione conducendola ad equilibri a cui non avrebbe accesso, ove seguisse gli istinti brutali e la pancia. In particolare in condizioni di crisi epocali, come quella che viviamo. In fondo non è nuova l’idea di Governo che la migliore classe dirigente cattolica di questo Paese, da De Gasperi a Moro, ha saputo coltivare in presenza ed in opposizione al ventre molle che l’ha sempre contrastata fino ad ucciderla. Di stillicidio o per parricidio.

La
speranza, affermava Agostino da Ippona, è una virtù che sempre genera due figli: rabbia e coraggio*.

*
a quanti opteranno per il voto al pd nella IV circoscrizione [sud] l’invito a scegliere Rosaria Capacchione, collega di Roberto Saviano e della stessa pasta: sono certo, una splendida parlamentare europea a contrasto delle mafie.



Un'attenta lettura degli scritti politici - di Alcide De Gasperi, ndr - permette di fare luce anche su alcuni giudizi politici che si sono sedimentati nel corso degli anni fino a diventare dei luoghi comuni. Nel discorso di replica che, in qualità di segretario, De Gasperi tenne al consiglio nazionale della Democrazia cristiana il 1° agosto 1945, per esempio, emergeva quell'immagine della Dc come un partito di centro che si muove verso sinistra che avrebbe poi avuto una fortuna duratura e, soprattutto, avrebbe dato luogo a equivoci e a usi politici di lungo corso. Noi ci siamo definiti - afferma De Gasperi - partito di centro che muove verso sinistra e sappiamo che in tale posizione possiamo trovarci vicini a molte altre forze politiche, dalle quali ci differenzia una cura connaturata degli interessi spirituali e cristiani. E poi aggiungeva: La Democrazia cristiana è al lavoro in un'unità di vedute, protesa verso quelle mete che, socialmente, si definiscono di sinistra, ma nell'ansia tormentata di salvare al Paese la sua libertà; libertà civile, legale, morale.


18 maggio 2009

Caro D[i]ario

[ Il post è pubblicato per la rubrica Apologetica del sito-rivista fulminiesaette.it ]

Come si nota dall'immagine, non è mai stato molto preso dalla passione per i buoni capi di abbigliamento, Dario Franceschini

In serata ospite all’Infedele, di Gad Lerner, Dario Franceschini è sempre stato il migliore: della sua generazione di giovani dc della sinistra del partito. Quella che nel 1984 lo cooptava nella direzione nazionale, in congressi pagati dal segretario amministrativo in amene località ed alberghi a più stelle. Lanciano, quell’anno. Nella sua scia c’erano Enrico Letta, Lapo Pistelli, più giovani di lui. E Renzo Lusetti, scelto da un Mastella dominus per procura demitiana a sbrigare le faccende dei giovani che non riuscivano a trovare un delegato nazionale, epigono minore del segretario nazionale. Ovviamente Dario era una spanna sopra Renzo. Ed i congressi erano feroci. Angelo Belmonte - oggi vicedirettore del tg3, seguì proprio quello, da inviato rai.

Certo i ricordi possono caricarsi di impressioni sopraggiunte, ma essendoci a quel congresso ed a svariati successivi, ricevevo la netta sensazione di un ragazzo appassionato e colto. Cresciuto nell’Emilia che più rossa non si poteva. Quindi all’opposizione, in un partito che si confondeva con lo Stato, oltre che con lo status quo.

Mi sorprende che sia emerso alla visibilità pubblica nazionale solo di recente, considerando che un suo coetaneo di circa 3 anni più giovane è il Presidente degli Stati Uniti d’America. Peraltro primo inquilino di colore ad essere introdotto nella più complicata plancia di comando al mondo, durante la più pesante crisi sistemica dal 1929 in avanti: cinquantenne abbondante lui, meno che quarantottenne Obama.

Pertanto che provi disperatamente a rimettere in asse la navigazione priva di bussola del pd veltroniano non mi sorprende. È efficace nel trovare sempre la malta a presa rapida per attaccare alle proprie inadeguatezze il premier più amato dagli italiani [a suo dire, ma si sa che Silvio Berlusconi è inguaribilmente bugiardo]. E risalendo il fiume controcorrente, nella stessa condizione conosciuta da giovane politico in erba: in territorio ostile, presidiato da supermaggioranze assembleari avverse e meccanismi decisionali ipergerarchici, per non dire direttoriali. E senza nemmeno la parvenza dell’assemblearismo da comitato centrale di matrice comunista: qualcosa che, in termini di processo, poteva somigliare ad una forma di democrazia dal basso o partecipativa.

Un uomo potentissimo, in termini di rapporti di forza e mezzi, almeno quanto inadeguato al ruolo. Che infatti non è capace di assumere fino in fondo. Cioè con responsabilità pubblica. Democristiano atipico ma assolutamente dotato di fauci acuminate, Dario Franceschini realizza ed eserciterà una pressione costante sul premier, utilizzando una tecnica di comunicazione nuova di zecca: non disponendo di fuoco sufficiente, ne preleva dall’avversario rifrangendolo sul suo corpo stanco. L’artefatto si chiama specchio ustorio e la sua tecnologia si deve ad un geniale stratega non militare vissuto durante il iii secolo a.c., Archimede di Siracusa detto pitagorico. Storia antica.

Che scalfisca l’intoccabilità carismatica berlusconiana, è probabile. Che sia anche efficace, da dimostrare. Che sia nelle corde di Dario, nel suo stile apparentemente impulsivo, è certo.


9 gennaio 2009

Lettera ad un partito mai nato

[ click | Questa mail è stata inoltrata ieri, alle 10:33, ad un buon dirigente del Partito Democratico, come ad un partito mai nato | per fare il verso ad una delle migliori opere di Oriana Fallaci, anteriore alla fase claustrofobico-solipsistica dell’odio al musulmano ]

Walter Veltroni e Dario Franceschini alla presentazione del bel simbolo grafico del PD

          Gentile XY,

intanto la ringrazio per la premura con cui ha corrisposto ai miei saluti. Concordando sulla diagnosi: la questione centrale è la qualità del ceto politico e/o della modalità di accertamento, selezione di quella qualità.

Ma in un meccanismo bloccato sulla cooptazione siamo all'estrazione a sorte: sei compagno da lungo tempo, amante del selezionatore, marito, moglie, cugino, collaterale, ex portaborse, scaccino, ti premio. Altrimenti non ti conosco, non ho mai avuto la possibilità di conoscerti.

Ricordo che a Roma, il 2 giugno del 2007, consegnai a Veltroni alcuni foglietti - che allego, per andare sulla pars costruens del discorso - in cui era ipotizzato un partito che decide di cambiare marcia e non appellarsi anima e corpo ai capibastone locali. Tipo Mario Pepe ed Umberto del Basso de Caro, per intenderci, eletti [?] da metodi congressuali che più decrepiti non si potrebbe: uomini buoni per tutte le stagioni, che peraltro non sono nemmeno i più impresentabili [ma certamente sono fuori della grazia di dio, con la lettera minuscola, di un dio minore].

La sceltà è caduta sul partito di plastica, metà capataz, metà vernice. Ora si può discutere che quella proposta fosse la più adatta ai tempi ed al luogo [l'Italia sfarinata], ma non si sono affacciate altre ipotesi in cui, ad esempio, le primarie funzionassero da reale stimolo alla competizione interna. E dove si è fatto, poi si è vinto [inespugnabile Puglia compresa]. Dove non si è fatto [Roma, per citare un esempio eclatante], hanno, avete perso.

Se Obama avesse seguito l'esempio di Veltroni e del PD, McCain sarebbe stato trionfalmente eletto Presidente. Ma Obama ha capito una cosa che nelle crasse membrane cerebrali del ceto politico PDmenoelle [come genialmente lo declina Beppe Grillo] non entra nemmeno con le cannonate: per convincere devi essere credibile [ovviamente non sovrapponendo mondi, sistemi politici e leader così lontani, fortunatamente per le sorti della politica contemporanea].

Una cosa è certa: non puoi fottere ed andare in carrozza, non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca, non puoi giocare ai quattro cantoni usando le brillanti menti che hanno per l'ennesima volta brigato a costruirsi la scialuppa di salvataggio, e poi pretendere che ci sia un popolo bue che ti aiuta a piazzarti in plancia di comando. Quell'epoca è irrimediabilmente tramontata.

Ma per essere credibili bisogna essere disposti a farsi da parte: ce li vede lei D'Alema, Veltroni, Rutelli dire: abbiamo sbagliato, dell'Italia non capiamo niente, non siamo nemmeno in grado di rappresentare la quota maggioritaria del Paese che non si riconosce nelle battute che non fanno ridere di un premier ridicolo.

O, se questo fosse chiedere l'impossibile, mettere mano seriamente ad un partito del XXI secolo, che non giochi con sistemi interni di rappresentanza che rappresentano solo loro, gli amici, gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici degli amici [ma sempre con pistola e registratore sotto il tavolo].

Se lei ci riesce, ha il mio appoggio. Incondizionato.

Cordialmente

Link map: zero|democrazia|2 giugno '07|patto generazionale|obama|alicai


22 ottobre 2008

Lo sparigliatore

[ click | Era contrario tanto alla protesta quanto alla concertazione. Era uno sconcertatore, convinto che per abbattere i muri e costruire ponti occorresse a volte gettare le carte per aria e ricominciare daccapo, ha ricordato l'amica Marinella Sclavi ]

Con un poster, la CGIL saluta Vittorio Foa

Vittorio Foa, sposo novantacinquenne

Link map: fu|epistolario|nozze [citazione a fine post]


21 ottobre 2008

Il silenzio dei comunisti

Per lo spettacolo sulla politica ho scelto una sorta di epistolario pieno di passione tra Foa, Mafai e Reichlin, che pone domande forti e imbarazzanti alla sinistra, sulla necessità della rivoluzione, chiamando in causa vecchi e nuovi comunisti.

Quello che mi interessa è l’intersoggettività dei momenti teatrali perché è chiaro che la scienza e la bioetica dipendono, come tutto, dall’economia e dalla politica… Un testo non pensato per la scena, dunque, ma che ci fornirà lo spunto per dibattere dei problemi di una società in piena crisi, una crisi causata dalla transizione tra due epoche storiche.

Luca Ronconi 

Lettere brevi, intensi ricordi e domande per il futuro, per dialogare sulla storia, passata e presente del comunismo italiano, attraverso il Novecento. Vittorio Foa, il grande intellettuale militante della sinistra italiana, ha scritto nel 2002 a due ex comunisti carichi di memoria, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, ed essi hanno risposto. Con linguaggi e stili diversi, con altre domande e altre riflessioni. Scrive Foa in un passo significativo:

«
Se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare; la scelta è fra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti».

Per Mario Pirani, che nel 2001 recensiva questo prezioso carteggio, «Vittorio Foa, nelle vesti dell’interrogante ermeneuta, si rivolge a Miriam Mafai e ad Alfredo Reichlin, chiamati a rispondere ad un profluvio di quesiti nella loro qualità di attori ancora sul proscenio di quella grande commedia umana che fu l'esperienza dei comunisti italiani, estesa all'estremo tentativo di spendere quell'esperienza nella nuova formazione riformista Ds. Esercizio interessante, quanto destinato a lasciare senza risposta gli innumerevoli quesiti proposti, sul passato e sul presente: dal ruolo di Togliatti al pacifismo, dal compromesso storico di Berlinguer alla contaminazione coi no-global, dal rapporto con l'Urss al confronto con la mondializzazione. E poi i ricordi personali, che aprono nostalgici e toccanti flashback sui migliori anni della nostra vita.

Naturalmente in poco più di cento pagine il valore non va cercato certo nella profondità documentata dell'analisi ma nella dialettica, a volte folgorante, dell'intuito, nell'incrociarsi vivacissimo e libero di una conversazione a tre sulle vicende del secolo, fino ai giorni nostri».

Link map: sinistra|ronconi|silenzio|foa|podcast|sistema


21 giugno 2008

En Attendant Democratie

«Un'assemblea che con difficoltà associa

al nome di partito l'aggettivo

democratico
».


Waiting for Godot
, by Samuel Beckett: Act 1, Lucky's Scene

Nel primo atto due uomini vestiti come vagabondi, Estragone e Vladimiro, si trovano sotto un albero in una strada di campagna. Sono lì perché un certo Godot ha dato loro appuntamento. Il luogo e l'orario dell'appuntamento sono vaghi. I due non sanno neanche esattamente chi sia questo Godot, ma credono che quando arriverà li porterà a casa sua, gli darà qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all'asciutto.

Mentre attendono passa sulla stessa strada una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero, e il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio dal primo. Pozzo si ferma a parlare con Vladimiro ed Estragone. I due sono ora incuriositi dall'istrionismo del padrone, ora spaventati dalla miseria della condizione del servo. Lucky si rivela tuttavia una sorpresa quando inizia un delirante monologo erudito che culmina in una rovinosa zuffa tra i personaggi. Pozzo e Lucky riprendono il loro cammino. Intanto è calata la sera. Godot non si è fatto vivo.




Vigilare inflessibilmente sul metodo democratico. Senza paura. Senza approssimazioni dilettantistiche. Guadagnando posizione su posizione.

Link map
arturo parisi|assemblee|la mia domanda


15 giugno 2008

Il peso dei "nordisti"

[ click ] 

Quando si mette troppo a fuoco l’emigrazione rumena…

I "nordisti", coloro che si riconoscono, anzitutto nel Nord, hanno un profilo sociale e orientamenti politici e di valore piuttosto netti e definiti. Pesano di più fra i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, i dipendenti del privato. Risiedono, in prevalenza, nei comuni medi e piccoli.

Sono più spaventati rispetto al resto della popolazione [il 63% di essi ritiene cresciuta la criminalità, in ambito locale, mentre la media generale è del 53%]. Non si fidano della giustizia e dei magistrati. Per cui sono favorevoli a pratiche di controllo dell'ordine pubblico fai-da-te, come le ronde [approvato dal 63% di essi]. Vedono il futuro incerto, diffidano degli altri.

Sono pervasi da una diffusa sfiducia nelle istituzioni dello Stato, ma anche - ancor più - nella Ue. Mentre confidano maggiormente nei governi locali: Comuni e Regioni. Percepiscono e riproducono un elevato grado di ostilità nei confronti del Mezzogiorno [dove, anche per reazione, è molto cresciuto il peso dell'identità meridionale].

Politicamente, sono prevalentemente di centrodestra. Il peso elettorale del Pdl è superiore alla media. Quello della Lega: triplo. Quello del Pd: la metà. Per contro, hanno attese economiche positive. In altri termini: economicamente solidi, socialmente insicuri. E diffidenti: delle istituzioni, ma anche degli altri.

Tuttavia, il nordismo non appare una sindrome anti-italiana. Il 22% di coloro che scelgono il Nord come primo riferimento territoriale indicano per secondo l'Italia. Ancora: il 64% di essi ha molta fiducia nel Presidente della Repubblica, Napolitano. Un dato minore rispetto alla popolazione totale [dove ha raggiunto livelli "ciampiani", superando il 70%]. Ma, comunque, molto elevato.

Link map: emigrazione a fuoco|peso|babele|under pressure


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4 maggio 2008

La doppia [es]pressione

È mia opinione, rispetto a quella espressa da Ilvo Diamanti stamane su Repubblica [l’intervento di Scalfari è patetico, nda], che stia terminando la funzione storica assolta dagli stati nazione, mentre si accentua il ruolo e la rilevanza delle aree vaste. A partire proprio dalla dimensione piccola e piccolissima [rispetto a quella megalopolitana delle conurbazioni che concentrano milioni di persone in continuum paragonabili al nostro nord-est, ma demograficamente più densi].

Ci torneremo. Ci tornerò.

[ click ]

Il Pd, in altri termini, ci sembra ancora un progetto incompiuto. Riflette una domanda diffusa. Ha raccolto un ampio sostegno sociale. Riscuote attenzione e curiosità, nei settori moderati e di sinistra. Una "novità" attraente, ma "vecchia" dal punto di vista del gruppo dirigente. Nazionale e ancor più locale. Dove i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, insomma, i "nuovi", quando si affacciano alla politica trovano porte strette.

La strategia di marketing, utilizzata da Veltroni per forzare questo limite attraverso candidature simboliche [il piccolo imprenditore, la giovane ricercatrice, l'operaio ecc.], alla fine, si è scontrata con una realtà "radicalmente" [= alla radice] diversa. Dove prevalgono i "vecchi", non solo e non tanto per età. Ma per mentalità e carriera.

D'altronde, i leader del Pd - grandi e piccoli, centrali e locali - sembrano impermeabili a ogni mutamento di sigla, a ogni cambio d'epoca, a ogni sconfitta. [e, sia chiaro, non ci riferiamo a Veltroni]. Insensibili al crollo dei muri, delle ideologie e dei partiti. Altrove, negli Usa e in Europa, abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al "ritiro" di figure come Gore, Kerry, Schroeder, Aznar, Gonzales, Blair. Battuti di poco. A volte, neppure. In Italia, salvo Prodi [l'unico, peraltro, ad aver vinto una elezione e mezza contro il Cavaliere], nessuno si dimette; nessuno paga le sconfitte subite in città e regioni importanti.

Non solo: gli sconfitti vengono premiati con nuovi incarichi di prestigio. Mentre tutto il gruppo dirigente - ex comunista ed ex-democristiano - ha affollato le liste del Pd, occupando posti di assoluta sicurezza. In centro e in periferia.

Il Pd: è rimasto a metà del guado. Incerto. Fra partito di iscritti e partito elettorale. Fra personalizzazione nazionale e oligarchia locale. Agita le primarie come una bandiera. Ma non le usa per selezionare i candidati alle elezioni politiche; spesso neppure alle amministrative. Mentre, a livello nazionale, fino ad oggi sono servite a confermare leader pre-destinati. Vorrebbe rappresentare il Nord restando Lega Centro. I piedi in Emilia e in Toscana. La testa a Roma.

E' uno strano albero, questo Pd. Le radici salde. Fin troppo. Non riescono a propagarsi. Il fusto fragile. I rami rinsecchiti. Le foglie crescono. Tante.
Ma cadono presto.

Link mapdiamanti|scalfariana|europa 2056|gennariello|doppia pressione|joël de rosnay|cleavage 


28 aprile 2008

L'emergenza inesistente

Chi di sicurezza ferisce, di insicurezza perisce.

Perché Roma - scrive il corrispondente del NYT in un lungo articolo che ha campeggia sulla home page dell'edizione online del quotidiano - è una città in cui passeggiare di notte senza nulla da temere. Una grande capitale che offre ad abitanti e visitatori l'esperienza di uno "spettacolo della vita" senza percezione del rischio o del pericolo. 

[ Non nel nome di Giovanna Reggiani, click ]

Vendette trasversali [e Baccini] a parte...

Link map: nyt roma|ti ammazzano per strada|prospettiva alemannesca|giovanna|favole|ex voto


17 aprile 2008

Il Professore svezza la sua creatura

[ click ]

Romano Prodi ha lasciato la presidenza del Pd. Dopo una giornata di indiscrezioni e la smentita di Silvio Sircana, la conferma arriva direttamente dal premier, impegnato a New York. «La vita è fatta di futuro» ha detto il Professore: "Ora nel Pd i ruoli di responsabiltà spettano ad altri".

Romano Prodi, uomo colto e perbene, 68 anni


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Secondo la definizione di Leonardo Boff, in Ethos mondiale

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Per ethos intendiamo l’insieme delle aspirazioni, dei valori e dei principi, che orienteranno le relazioni umane nei confronti della natura, della società, delle alterità, di se stessi e del senso trascendente dell’esistenza, Dio.



Si vis pacem para pacem

 

Questo blog è gemellato con Devarim [in ebraico Devarim sono le parole, o le cose].
La lettera ebraica che abbiamo insieme scelto per illustrare questo spazio in comune è bet
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I blogleanno:

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0 y  L'identità mediale degli italiani [BIP® exit]


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"Salviamo la Costituzione. Aggiornarla non demolirla".

Contro la sottrazione di democrazia tentata dal governo dei pre-potenti.



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La posta in gioco

Si sceglieva tra 2 modelli*:

il sistema che accoglie l'individuo,
non privo di limiti;

l'individualismo che rigetta la relazione
tra gli individui, la nega ideologicamente,
privilegiando la soluzione asociale.

Io scelgo e voto per una società che
sa trarre forza dagli individui
per costruire il sistema e lo scudo,
anche per i più deboli
, gli ultimi,
i meno muniti e più sprovveduti,
che non possono rimanere ostaggi,
in balia dei rapporti di forza
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e non delega la salvezza all'uomo, della provvidenza



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*ma l'Unione non lo aveva capito.






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