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25 maggio 2006

Le altre italie, secondo l'Istat e De Rita [e secondo me]

Non la povertà, ma la struttura corporativa è la vera malattia della società italiana [di Ernesto Felli]

Roma. Dopo quattro anni di stagnazione economica, e le giaculatorie dei profeti di sventura, il declino fa ormai parte del senso comune e dello stato d’animo degli italiani. Le difficoltà dell’economia italiana sono evidenti, ma la narrazione di queste difficoltà resta per lo più di tipo aneddotico. Anche quando si usa una qualche argomentazione quantitativa, i famigerati dati, il pessimismo di fondo ne orienta l’interpretazione.

L’ultimo Rapporto Istat, sulla situazione del paese nel 2005, fornirebbe alcuni elementi utili a tamponare questa letteratura del declino, più noiosa che deprimente. Ma dubito che ciò avvenga e mi aspetto che l’attenzione mediatica sia catturata dal contenuto del quinto capitolo del rapporto – “disuguaglianze, disagio e mobilità sociale”. Un milione e mezzo di poveri [meno di 780 euro al mese], un grado di disuguaglianza tra i più elevati d’Europa, una famiglia su due con un reddito mensile inferiore ai 1.700 euro. Ecco qualche “highlight” che questa sezione del rapporto ispirerà.

Tuttavia, il dato veramente interessante riguarda la mobilità sociale. L’Italia, come Francia e Germania, ha un basso livello di fluidità sociale, ossia il movimento tra posizioni sociali differenti è limitato. Da cosa? Il rapporto menziona la relazione tra mobilità e istruzione e il fatto che la classe d’origine rimane importante. Questa però più che una spiegazione è una descrizione del fenomeno. L’origine della scarsa mobilità va cercata nella rigidità del mercato del lavoro e nel livello del capitale umano. E, ancora più a fondo, nelle caratteristiche corporative della società italiana, che ostacolano il dinamismo e perpetuano lo status quo.

Di questo, ovviamente, il rapporto non parla. Sono altre le sezioni del Rapporto nelle quali scoprire qualche elemento più interessante. Procediamo con ordine. Nell’ultimo quadriennio, il divario tra la crescita italiana e quella nell’area euro è aumentato. Il tasso di crescita medio annuo dell’economia italiana è stato dello 0,4 per cento, tre volte inferiore a quello dell’area dell’euro [1,2 per cento]. Se si considera che nello stesso periodo l’economia degli Usa è cresciuta a un ritmo più che doppio, si capisce che i problemi riguardano tutta Europa, non solo l’Italia. Tuttavia, questi dati macroeconomici suggeriscono un’interpretazione negativa che resta di tipo congiunturale, ossia si riferisce a un’economia caratterizzata da oscillazioni relativamente frequenti e di segno opposto. Infatti, l’economia europea è in ripresa e la stessa Italia sta marciando per ora ad un ritmo dell’1,5 per cento.


Viceversa, quello che è necessario capire è se il potenziale dell’economia italiana, ridottosi in questa lunga fase di ristagno, è stato intaccato in modo permanente. E se, come sembra, ci sono cause strutturali alla base della cattiva performance dell’economia italiana, quali sono i fattori più rilevanti. E’ la produttività l’indicatore che deve essere analizzato. Sfortunatamente il Rapporto non fornisce dati sulla produttività totale dei fattori, che essendo una misura dell’efficienza dei processi produttivi è l’indicatore più utile per questo tipo di analisi.

Limitandosi alla produttività del lavoro, si scopre che nel 2003 il suo livello è stato pari a 37 mila euro per addetto, molto al di sotto di quelli di Francia e Germania [circa 50 mila euro]. Secondo l’Istat la piccola dimensione media delle imprese italiane [3,8 addetti] è la causa principale di questo divario. Il deterioramento della produttività iniziato negli anni 90 si è gradualmente aggravato.

Il Rapporto insiste sul ruolo della dimensione: le imprese più efficienti sono anche le più grandi. Inoltre, le più produttive sono anche quelle più innovative. Niente di particolarmente illuminante. Come la rilevata correlazione tra costo del lavoro per addetto e produttività, la quale indica che i guadagni di efficienza sono associati a un miglioramento del capitale umano, del livello professionale. D’altra parte il costo del lavoro per dipendente sopportato dalle imprese italiane è inferiore a quello delle imprese francesi e tedesche. Perciò non è un paradosso che la miscela di bassa produttività e minor costo del lavoro abbia permesso alla redditività delle imprese italiane di essere allineata a quella europea


In conclusione, c’è ancora molto da capire. Da un rapporto annuale non ci si aspettano chi sa quali contributi analitici, ma statistiche ancora più complete e accurate. Essenziali per analisi e rimedi seri. E a patto che si smetta di piagnucolare sul “declino”.



[
Per leggere la tesi del prof. De Rita cliccare sulla foto
]




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