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Ethos
l' Uomo in bianco e nero


Diario


18 marzo 2005

Chiamatemi don Tonino

Oggi nasceva 70 anni fa don Tonino Bello, ad Alessano, a ridosso di finis terrae, capo S. Maria di Leuca, estrema punta del tacco.

Nei suoi numerosi scritti, in massima parte pubblicati dalle edizioni La Meridiana (
www.lameridiana.it/
), si avvertono i colori ed il profumo del Salento. Fu vescovo di pace a Molfetta, ancora in riva dell'altro mare di Puglia, l'Adriatico. Presidente di Pax Christi (www.paxchristi.it/) per quasi un decennio, fino alla scomparsa per tumore a ridosso della Pasqua il 20 aprile 1993: consumato dalla sua fondamentale compassione per l'Uomo. I medici che lo ebbero in cura affermano si trattasse di un male anomalo, quasi una somatizzazione della sofferenza sulla Terra. Semplice, sorridente, aperto, ottimo nuotatore, amava lo sport e le immersioni, raffinatissimo intellettualmente, di fortissima devozione mariana.

Mi sembra giusto ricordarlo con un passaggio da un suo testo per i presbiteri, che aveva a lungo seguito da vescovo durante la formazione dei seminaristi:

Il grembiule è l’unico paramento sacerdotale  registrato dal Vangelo .

Il testo scelto per descriverlo testimonia pienamente la sua radicalità evangelica dentro la Chiesa Cattolica: la chiesa del grembiule, del servizio, dell'ecclesia, dell'azione missionaria, della maturazione comunitaria, della lavanda dei piedi.

Da vescovo vestiva normalmente di nero e con il collarino bianco, girava guidando una vecchia Fiat Cinquecento e si faceva chiamare don Tonino.

Don Tonino Bello:
Stola e grembiule, Ed Insieme ISBN 88-85379-48-6, € 2,58

Con quali strumenti?

La parrocchia appare sempre meglio come la struttura su cui acquistano rilevanza gli orientamenti e le scelte concrete. Anzi, si manifesta come il luogo privilegiato entro cui evangelizzazione, santificazione e scelta degli ultimi si densificano, si raccordano e si incastrano.

Essa, è detto negli ultimi documenti del Magistero, "costituisce di fatto, ancora oggi, la prima e insostituibile forma di comunità ecclesiale, strutturata ed integrata anche con esperienze articolate e aggregazioni intermedie, che ad essa devono naturalmente convergere o da essa non possono normalmente prescindere" ( CeC 42).

La parrocchia, soprattutto, deve diventare la Casa Madre di tutte le comunità di accoglienza. Il terreno, cioè, in cui la Parola proclamata e celebrata produce i primi frutti di apertura al prossimo. Diceva don Mazzolari: "La parrocchia deve tornare a essere lo strumento efficiente di una carità senza limiti, come senza limiti sono i bisogni dei parrocchiani, dei vicini, che sono pochi; dei lontani, che sono molti".

 

Per esprimere organicamente questo impegno fondamentale si servirà della Caritas. La quale, diocesana o parrocchiale che sia, non è infatti l'organo erogatore di aiuto, distributore di fondi, promotore di collette da dividere tra i poveri. È l'organo che aiuta l'intero organismo della comunità cristiana a realizzare una sua funzione vitale: la pratica dell'amore.


È l'occhio che fa vedere i poveri, antichi e nuovi. È l'udito che fa ascoltare il pianto di chi soffre e amplifica la voce di Dio che provoca al soccorso e alla salvezza. La Caritas, perciò, non è tanto una struttura assistenziale impegnata a prestare dei servizi ai poveri. Ma è uno strumento abilitato a far conoscere a tutta la comunità le situazioni di sofferenza e di bisogno, a stimolarla all'impegno generoso e, soprattutto, a far diventare le sofferenze di alcuni problema di tutti.


Praticamente, si potrebbero sintetizzare in quattro momenti i compiti essenziali che una parrocchia deve esprimere per dare spessore di concretezza al suo impegno di carità.


Anzitutto: animazione della carità. Tenere informata tutta la comunità sulle situazioni, vicine e lontane, di bisogno. Fare da aggiornamento "memorizzatore" su queste emergenze. Censire i diversi gruppi operanti nelle varie forme di servizio caritativo e orientarvi chi vuole impegnarsi in questo settore: oltre alla mappa dei bisogni, cioè, preparare una mappa dei servizi. Aiutare sacerdoti e
catechisti a far comprendere il terreno della carità come il "luogo teologico" dove Dio provoca e l'uomo risponde in concreto. Dare una mano a chi lavora in ospedale, in istituti assistenziali, in servizi sociali... a dare cadenze d'amore nel proprio impegno e a imprimere dimensioni profondamente umane sulla Gerusalemme-Gerico.


In secondo luogo: educazione alla giustizia. Aiutare la comunità diocesana o parrocchiale a realizzare sul territorio una presenza profetica, rifuggendo dal potere. Favorire la liberazione dal bisogno e la promozione delle persone, individuando, con analisi puntuali, le cause che provocano ingiustizia o sfruttamento o emarginazione. Creare disturbo alla quiete pubblica, mettendo a nudo, di volta in volta, i bisogni scoperti. Individuare gli ultimi di turno e aiutare la comunità a rimuovere le cause che generano questo inammissibile "scarto residuale" umano.


In terzo luogo: formazione e coordinamento del volontariato. Fare il quadro della situazione. Ci sono persone singole e gruppi che, all'insegna della gratuità, spesso con pudore e nascondimento, operano in questo settore. Realizzare corsi di preparazione tecnica per servizi volontari agli anziani, ai ragazzi, ai quartieri emarginati. Costituire centri di pronto intervento per situazioni difficili e improvvise. Strutturare servizi di segretariato sociale. Incoraggiare il servizio civile come alternativa al servizio militare per i giovani che desiderano esprimersi in servizi socio-assistenziali (anziani, handicappati, tossicodipendenti...), in servizi di animazione socioculturale (scuole di alfabetizzazione, animazione dei quartieri poveri...), in servizi di crescita socio-politica (animazione sui problemi della famiglia, sui temi della pace e della nonviolenza, sui temi della libertà...). Seguire, stimolare, incoraggiare la nascita e l'azione di case d'accoglienza, di opere di solidarietà, di centri di ascolto e di intervento a favore dei più bisognosi.


Infine: sorveglianza sui progetti pastorali. Forse è il compito più importante e più difficile. Fare in modo, cioè, che tutte le scelte delle nostre comunità comincino dalla situazione degli ultimi, e per prima cosa introducano, nell’"elaborazione pastorale", le "informazioni" relative ai poveri. Sollecitare l'attenzione di tutti perché il problema dei poveri non venga risolto a parte, accantonato, come se fosse a se stante, magari anche il più grosso ma indipendente da tutto il resto; venga invece considerato interno a tutte le scelte: da quelle catechistiche, a quelle liturgiche, a quelle missionarie, a quelle amministrative.


In questo modo il Vangelo della carità, come si afferma in uno dei tanti passaggi dell'ultimo documento dei Vescovi italiani, arriva a "dare profondità e senso cristiano al doveroso servizio ai poveri delle nostre chiese", risvegliando la consapevolezza che questo servizio è "verifica della fedeltà della Chiesa a Cristo, onde essere veramente la Chiesa dei poveri"', che nella sua opera evangelizzatrice fa proprio lo stile di umiltà e abnegazione del Signore e riconosce nei poveri e nei sofferenti la sua immagine (CeC 47).

 

Riflusso di temporalismo? Esuberanze disarticolate di orizzontalismo? Scantonamento dall'annuncio del Vangelo e dalle linee portanti del messaggio religioso? No, di certo.

A darci ulteriore conforto, basteranno poche righe della Evangelii nuntiandi del 1975, questo documento forse troppo presto uscito dalla nostra coscienza ecclesiale:

 

"La Chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani... Ha il dovere di aiutare questa liberazione a nascere, di testimoniare per essa, di fare sì che sia totale. Tutto ciò non è estraneo alla evangelizzazione. ...È impossibile accettare che nella evangelizzazione si possa o si debba trascurare l'importanza dei problemi, oggi così dibattuti, che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo, la pace del mondo. Sarebbe dimenticare la lezione che ci viene dal Vangelo sull'amore del prossimo sofferente e bisognoso”.


Un modo splendido per dire che abbiamo diritto di annunciare e di attendere un "altro mondo" solo se ci saremo impegnati a far sì che un “altro mondo” si affermi sulla terra.

Vorrei dedicargli una composizione di Arvo Pärt (www.arvopart.info/), TABULA RASA, ECM Records 817764.

Works by Arvo Pärt :
Cantus in Memory of Benjamin Britten
Fratres, for 12 cellos
Fratres, for violin and piano
Tabula Rasa


Composer(s) :
Arvo Pärt

Performer(s) :
Stuttgart State Orchestra
Dennis Russell Davies (conductor)
Lithuanian Chamber Orchestra
Saulus Sondeckis (conductor)
Gidon Kremer
Keith Jarrett
.

Per ascoltarne alcune tracce, scorrere poco la pagina e fermarsi su
Listen to Samples:

http://www.youtube.com/watch?v=e348n660zrA




permalink | inviato da il 18/3/2005 alle 12:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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EGA 2000 ISBN 88-7670-394-2, €11,36:

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