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Diario


3 luglio 2005

Almodovar, il vincitore!

Pedro Almodovar è il vincitore della guerra culturale di Spagna. La Chiesa post-franchista ed opusdeista iberica del cilicio e del potere è sconfitta: rimasta tragicamente isolata non dalle aperture di José Luis Rodriguez Zapatero, bensì dalla sua dogmatica inadeguatezza.

Perchè?

Comincerò dall'esporre alcune mie opinioni nel merito, provando a non demonizzare quanto il processo democratico spagnolo sta insegnando, anche, ad un certo conformismo dei commentari pro e contro la linea Zapatero (in particolare del campo cattolico o tale ritenuto). 

Non sono d'accordo con la confusione linguistica, prima che giuridica, che identifica come matrimonio anche l'unione di persone dello stesso sesso. Il matrimonio, etimologicamente, designa l'unione tra un uomo ed una donna, dai cui matris munus. L'elemento femminile è troppo importante per poterlo diluire e, si sa, le parole sono pietre. Pertanto non sono d'accordo con l'equiparazione legale dell'unione omosessuale, maschile o femminile, al matrimonio. Di conseguenza sono del tutto contrario all'adozione alle coppie omosessuali, per due motivi semplici semplici:
1. si impone all'adottato un regime familiare che non ha scelto, nè ha potuto scegliere, deprivandolo di una delle due figure fondamentali della famiglia fondata sull'elemento della procreazione naturale;
2. è il trionfo dell'ipocrisia, che antepone al diritto dell'adottato il desiderio degli/delle adottanti. Non mi persuade la tesi che il desiderio abbia prevalenza sulla combinazione di fattori che la natura dispone e la stessa storia sociale della famiglia sancisce. Pur in presenza di contraddizioni e patologie, come in tutte le manifestazioni dell'imperfezione umana, che non è fattore da deprecare.
Pertanto non sono d'accordo con la ratio della legge spagnola.

Sono invece più che favorevole ai PACS, tanto per le coppie eterosessuali che per quelle omosessuali. Favorevolissimo ai divorzi sprint.
Non ritengo nè il primo nè il secondo dispositivi che, in alcun modo, mettano in discussione l'istituto familiare. E qui bisogna intendersi bene: per famiglia non possono intendersi i simulacri di coppie attaccati con l'incollatutto, ma quelle unioni che (fondate su un patto civile o religioso) si siano costituite con ragionevole libertà e sulla base di un vincolo affettivo che, come tutto, può subire incrinature e fallimenti.
Addirittura sono dell'opinione che, in un contesto sociale come quello contemporaneo, i patti civili di solidarietà costituiscano (per molte ragioni) un consolidamento di relazioni altrimenti più instabili, che non possono negarsi per pregiudizio omofobico. Allo stesso modo non ritengo i divorzi sprint causa possibile di erosione del prestigio dell'istituto del matrimonio. E' semplicemente una chance di ricostruire un diverso equilibrio offerto agli ex-coniugi, pur dovendo declinarsi una cura più attenta alle coppie con figli. In altra occasione proverò a spiegare perchè.

Detto questo in premessa, posso passare all'argomento in oggetto. Perchè Almodovar ha vinto.

Devo confessare di aver serbato a lungo un pregiudizio sul cinema di Almodovar. Un po' perchè esibiva l'omosessualità, un po' perchè me ne tenevo alla larga. Quando ho cominciato a vederlo, da appassionato di cinema, l'ho trovato e gustato per quel mix di tenerezza e narrazione, dura ed ironica, che ne costituiscono l'imprinting. A confronto con una chiesa, come quella spagnola, crollata sotto il peso (spesso non edificante) della storia e frantumatasi al rapido avanzare della modernità post-franchista (di cui era pur stata un silente sostegno), la novità estetica ed intima di Pedro Almodovar non poteva che prevalere. Più delle catechizzazioni un po' rozze d'una chiesa seduta sul passato (discutibile) ed adagiata sul presente (affidato alla difesa istituzionale più che alla novità dell'annuncio cristiano), la forza delle immagini e delle storie reali raccontate dal regista catalano hanno scavato un solco profondo, forgiando la mentalità aperta della Spagna contemporanea.

E' un male?

Dal mio punto di vista assolutamente no. E' un'evoluzione che deve spingere la chiesa, non solo spagnola, ad evitare di rinserrarsi in comode certezze, scegliendo di rischiare, perlustrando terreni di confronto nuovi, in forza del messaggio che ha. Senza dichiarare un'aristocratica (inutile) superiorità che potrebbe avere il messaggio, quando non sia annacquato e sopravanzato dall'istituzione ecclesiastica. E' nel confronto gesuale con le persone vere, in carne ossa e limiti, che si espande la forza della differenza cristiana. Soldi e potere possono costituire sgabelli solo apparentemente solidi, rassicuranti, che la caducità umana spazza via in un batter d'occhio. La chiesa non può essere, come bene ha scritto Melloni sul Corriere della Sera appena qualche giorno fa, un'agenzia di valori morali semidurevoli.




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