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l' Uomo in bianco e nero


Diario


20 settembre 2005

Il piastrellista di Sassuolo

Il sabato precedente il referendum sulla procreazione assistita inoltrai al mio vescovo una lettera privata, riportata parzialmente più sotto, spiegando perché avrei votato. Ci siamo rivisti recentemente con la solita grande cordialità.

In quella comunicazione elencai o anticipai alcuni elementi che, mutatis mutandis, possono ben essere applicati alla prevedibile incursione del piastrellista di Sassuolo, don Camillo Ruini, in ordine alla questione sui PACS: che prefigura non più un rispettabile richiamo pastorale ma una vera e propria invasione di campo nella politica italiana. Per di più con il solito strabismo stigmatizzato da 
laici e cattolici.

Parla di famiglia e dimentica che il più fiero ostacolo alla costituzione di forti nuclei familiari è la crescente precarizzazione delle relazioni sociali, derivante dal modello economico dominante. Confonde maliziosamente PACS con matrimoni gay e non si accorge che piuttosto che piantare bandiere ideologiche dovrebbe curare meglio e di più la formazione di sacerdoti e catechisti, non brandendo argomenti come clave ma usando sapienza (se ne potesse disporre), non a parole ma coi fatti e nella verità.


Il piastrellista di Sassuolo, che a molti appare intelligentissimo e finissimo, in realtà è un mediocre politico ed un pessimo cattolico. Incapace di guardare al mondo col rispetto che il mondo merita, l’alterità necessita e Cristo insegna. Non per confondersi e confondere, ma per accogliere ed amare, secondo compassione: passione con e per l'uomo contemporaneo.


"Con malizia, le confesso, trovo che la posta in gioco non sembra essere quella sollevata dalla CEI, ma piuttosto il timore della Chiesa Italiana di perdere peso nel gioco politico. Credo per il sovrapporsi di preoccupazioni interne (l’interminabile transizione italiana, infartuata dalla crisi aperta dal salutare crollo del socialismo realizzato dell’89) ed internazionale (lo spauracchio zapaterista). Sul secondo aspetto, il fenomeno Zapatero (che peraltro a me personalmente non disturba), mi dispiace notare come la Chiesa spagnola non si interroghi sufficientemente sul verticale calo di popolarità tra i giovani compresi tra i 15 ed i 25 anni (solo il 10% ritiene il messaggio del clero spagnolo autorevole) in quella che, una volta, veniva considerata la cassaforte del cattolicesimo europeo, insieme od appena distanziata da quell’altra italiana. Analoga osservazione può essere fatta per l’esperienza nazionale, sebbene rilevando una vitalità dei movimenti ben più salda e penetrante: tuttavia questa realtà non necessariamente può considerarsi a cuor leggero, magari nascondendo il distacco crescente dalla linea proposta dal magistero ufficiale da parte di aree sempre più vaste di fedeli laici.


Mi pare questo l'errore grossolano della linea incardinata dal presidente Ruini, che avrà verosimilmente l'effetto sgradito e sgradevole di radicalizzare la separazione tra cattolici e laici, reclutando alla causa referendaria gli occasionali opportunismi elettoralistici degli atei devoti, senza portare nulla alle argomentazioni che si intenderebbe difendere. Mi pare una scelta avventurista che annuncia una levigata new age cristiana. Non spostando di un millimetro i temi, seri, che vorrebbe proporre all'attenzione generale: vale a dire la difesa del non nato e la sua dignità di soggetto di diritto, su cui credo anche un laico potrebbe, dovrebbe trovarsi d’accordo. Il referendum poteva essere il banco di prova di questo confronto, sulla base di argomentazioni etiche di altissimo profilo. Ma mai da agitare come una clava, sostituendo al crocifisso un bastone o peggio la coartazione clericale con i ben noti strumenti di pressione finora adoperati. Qui si intravvede un pregiudizio confessionale che va sotto il titolo di “Teoria dell’economia religiosa”, sulla quale non mi dilungo e che lei conosce meglio di me, con la quale si propugnerebbe che la forza dell’identità possa sostituire il dono della fede.

L’esito prevedibile è che si rinuncia, fino a scacciarla, alla fiducia nell’azione dello Spirito Santo e nella potenza lieve, discreta, della Parola di Dio, per sostituirvi dinamiche tutte umane, vagamente fondamentaliste. Col risultato di pervenire per l’appunto ad una sorta di new age cristiana: credere senza appartenere o il suo contrario, appartenere senza credere. La religione civile cara all’ex-liberale e (pessimo) presidente del Senato in carica, il filosofo (?) Marcello Pera. Un surrogato tiepido che non qualifica, ma questa come le altre è solo una mia discutibilissima opinione, la presenza cristiana nella società plurale post-moderna: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15 All’Angelo della Chiesa di Laodicèa).


Nel merito.
Qualora mancasse il quorum, l’effetto politico e giuridico sarebbe nullo. Il non ottenimento del quorum non implicherebbe l’immodificabilità successiva della legge, molto discutibile per non dire barbara ad esempio sul punto dell’obbligo di reimpianto dell’embrione in presenza di madre dissenziente: o la procreazione è un atto d’amore o non è. Se non lo è non c’è divieto o diritto dell'ovulo fecondato che tenga: può prevalere il diritto negativo della madre, che qualcosa in più dell’embrione senz’altro lo è. Né soccorre il riferimento ad un ordinamento gerarchicamente inferiore, le linee guida, sull’applicazione testuale della legge.


Non ritengo peraltro che l'obiezione che propongo dipenda dal risultato referendario. Quella CEI è una linea revanscista. Che conduce la Chiesa Italiana verso una trincea in cui non dovrebbe trovarsi, rendendo un cattivo servizio ai temi che ha illustrato bene Francesco Rutelli durante la lunga conferenza stampa astensionista, e lo stesso cardinale Camillo Ruini prima di lui
ed in ripetute occasioni. Sebbene drammatizzandoli, a mio fallibilissimo parere.


Parimenti con l’indicazione referendaria, vincente o perdente che fosse, la legge tornerebbe in ogni caso nella sede del potere legislativo, il Parlamento, per essere modificata, e quindi potrebbe avvalersi di un censimento reale delle opinioni prevalenti nell’elettorato cattolico ed in quello, altro, sensibile all’avanzamento della cosiddetta questione antropologica, come pur correttamente la individua il medesimo cardinale Ruini. Ma si potrebbero citare i casi
precedenti di Hans Jonas e di Fritjof Capra, o di Gregory Bateson, per non parlare di p. Ernesto Balducci, che sul punto hanno proposto sintesi affatto convincenti. La cosa che lascia perplessi, nell'analisi dominante nella Chiesa attuale, è che si pretenderebbe di sostituire la logica mercantile che domina tutta la nostra esistenza di cristiani occidentali, dal grembo materno alla bara, solo sul piano della ricerca biomedica, dimenticando che è precisamente questo il paradigma su cui si basa il peggior mercantilismo (non scientismo), che scivola nel catalogo di oggi e di domani: vale a dire l’ignorante (perché non v’è certezza del risultato e difficilmente potrà esservi anche domani, come ha per una volta brillantemente argomentato Vittorio Feltri su Libero) predeterminazione dei caratteri genetici del nascituro sotto le categorie ariane, alto, bello, biondo e sano, magari con gli occhi azzurri.
Inclinazione non solo stupida ma anche intrisa di quello spirito del tempo in cui l'unico motore delle azioni è il desiderio senza responsabilità, nella declinazione fornita da Hannah Arendt.


Confortante appare da questo punto di vista il richiamo di Benedetto XVI, comunicato a braccio  nell’udienza generale di mercoledì 1’ giugno:

«Il potere, la ricchezza, il prestigio non sono i valori superiori della nostra vita, perciò dobbiamo aprire il nostro cuore, portare con l’altro il peso della nostra vita e aprirci al Padre con obbedienza e fiducia, per essere liberi». Così, interrompendo la lettura del testo ufficiale per spiegare il senso delle sue parole, Benedetto XVI a commento della Lettera di San Paolo ai Filippesi sul tema “Cristo servo di Dio”. Un inno cristologico breve ma denso, ove si delinea la paradossale spogliazione del Verbo divino, che depone la sua gloria ed assume la condizione umana. Cristo incarnato e umiliato nella morte più infame, quella della crocefissione, è proposto come un modello vitale per il cristiano, che deve assumere quei sentimenti di umiltà e donazione, di distacco e generosità che furono in Cristo Gesù. Ma non c’è espressione di potere, grandezza, nella natura divina di Gesù, ha spiegato il Santo Padre: «Cristo non usa il suo essere pari a Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza come strumento di trionfo, segno di distanza, espressione di schiacciante supremazia. Anzi, egli spogliò, svuotò se stesso, immergendosi senza riserve nella misera e debole condizione umana».

«
Egli è veramente il Dio con noi, il Dio che non si accontenta di guardarci con occhio benigno dal trono della sua gloria, ma si immerge personalmente nella storia umana, divenendo carne, ossia realtà fragile, condizionata dal tempo e dallo spazio. E questa condivisione conduce Gesù fino a quella frontiera “segno” della “finitezza e caducità” umane, “la morte”. Morte di Cristo che non è frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità, ma  è scelta di obbedienza al disegno di salvezza del Padre».


Anche qui senza fondamentalismi, senza imporre stili di vita ma proponendoli alla maniera delle comunità cristiane delle origini descritte nella lettera “A Diogneto”, che venne richiamata proprio dal Cardinale Ratzinger nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica il 24 novembre 2002. O negli Orientamenti pastorali CEI per il primo decennio del Duemila: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, del 29 giugno 2001. Essere sale, essere lievito della Terra, non legionari di Cristo militarizzati ed ignari, magari un po’ superstiziosi in quanto a devozionismo. Peraltro difficilmente accoglibile appare, anche al cristiano impegnato nella vita politica, applicare alcuni punti delle raccomandazioni che il magistero attuale sembra propugnare. A titolo di esempio quando si afferma che: “Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale”. Nello Stato laico si introdurrebbero surrettiziamente vincoli morali che saranno pur ritenuti degni del miglior relativismo etico, ma collidono con la cura del prossimo che prescinde dalle scelte sessuali, dalla forma del vincolo che unisce due persone, ancorché dello stesso sesso. Pur ascrivendomi tra i cultori della bellezza femminile senza se e senza ma, mi pare politicamente cristiano fornire tutela giuridica, evidentemente senza avallare l’assoluta equiparazione semantica e di diritti all’unione matrimoniale civile, anche ad opzioni etiche, sessuali ed estetiche diverse dalle mie.


Sul piano bioetico, per quello che posso capire, siamo alla vigilia di un salto evoluzionistico. I parametri noti sono messi in crisi e mi rendo conto che la cosa induce paure insopprimibili. In questi casi la prudenza è una virtù. Per certi aspetti non è nemmeno un argomento nuovo: nuovo è che diventi materia di confronto aperto e di massa. Ma questo dettaglio, sebbene contrastato dalla linea astensionista, non appare in alcun aspetto negativo, tuttaltro. La funzione della Chiesa nell'innalzare barriere non è, in questo senso, oscurantista. Semplicemente si occupa di indicare certi limiti che è saggio non oltrepassare. Beninteso in un dinamismo vorticoso, velocissimo, che nessun referendum arresterà. Serve di certo un equilibrio nuovo, una sorta di contratto etico. Ma anche un barlume di fiducia nella capacità di discernimento media, delle persone normali. Senza abiure spaventose né salti prometeici. Cum grano salis (Mt. 5.13, Mc 9.50, Lc 14.34-35).

P.s.: 
so bene che la lettura della Nota dottrinale del 2002 prescrive dei limiti all’interpretazione esigenti e pressoché invalicabili. Sono altresì persuaso che, in aree come quella appena appena sbozzata (ove gli orientamenti del magistero non siano fissati tassativamente e non chiamino in causa prerogative iperuraniche, come la dogmatica infallibilità papale) la coscienza personale costituisca un tribunale ben più severo di qualsiasi pur autorevole richiamo gerarchico. In quanto all’infallibilità, personalmente mi è sufficiente la santità del pontefice, pur nell’errore umano: “Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).




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