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Ethos
l' Uomo in bianco e nero


Diario


26 novembre 2005

New Age

Un taglio non consueto ad un blog, che ogni tanto ripropongo. Ma le pagine di Marko Rupnik, gesuita, teologo ed artista [suo il mosaico che fregia la cappella papale Redemptoris Mater], sono affatto illuminanti di una condizione di passaggio tra ere del pensiero. Le note al testo, essendo parentesi corpose e di straordinario interesse, sono poste a fine pagina.

Ne consiglio la lettura anche [o forse soprattutto] a quanti si sentono molto distanti dall’approdo al pensiero cristiano.

Marko Ivan Rupnik

Nel fuoco del roveto ardente. Iniziazione alla vita spirituale
Lipa Isbn XI 88-86517-32-7 collana Betel iii ristampa xii. 2003

Paternità spirituale: un cammino regale per l'integrazione personale*

Nella
«nuova evangelizzazione dell'Est e dell'Ovest»

*
Nell'articolo parlerò di "paternità spirituale", perché esso è stato scritto per i padri spirituali. Riguardo alla spiritualità della figura femminile e alla maternità spirituale consiglierei: varie pubblicazioni di Elisabeth Behr-Sigel; Mat' Marija Skobcov (1891-1945), che era madre spirituale e amica di molti grandi pensatori europei vissuti a Parigi e ha scritto una serie di saggi molto interessanti; P. EVDOKIMOV, La femme et le salut du monde, Parigi 1978; M. STREMFELJ, Vivere la maternità spirituale oggi, in: In colloquio, Roma 1994,223-247; P. MORANDI, Dalla maternità alla maternità, in: In colloquio, cit., 249-255. [ mir ]

I.
Il contesto

Stiamo vivendo in un' epoca in cui si assiste al tramonto della modernità, dove quindi si possono già verificare alcuni effetti del periodo storico ormai concluso, che è stato il tempo della scoperta di nuovi contenuti per i concetti di scientificità, di libertà, il tempo della scoperta delle «autonomie». È stato il tempo che ha visto nascere la nuova religione della mente, il tempo quindi del razionalismo, dell'illuminismo idealista, il tempo anche della tecnica e dello sforzo dell'uomo per impadronirsi del cosmo. Ognuna di queste realtà è stata portata avanti all'insegna dell'uomo e dell'umanesimo.l

Ma, dopo il tramonto di queste grandi promesse, dopo il declino di questa civiltà moderna cosi logica e ben strutturata, quando si sono esauriti i grandi sistemi assoluti, razionali, ci troviamo in un'epoca ancora informe, insicura, in cui tutto è messo sotto questione, persino ciò che fino a ieri rappresentava una certezza indiscussa. Tale epoca è stata chiamata, quasi ad evitare ogni sorta di previa definizione, «postmoderno». Non è questo il luogo per avventurarci nelle più diverse analisi della società e della cultura contemporanea. Vogliamo soltanto mettere in evidenza alcune delle caratteristiche piu evidenti dello stato d'animo caratteristico di questo periodo «postmoderno».

C'è infatti uno stato d’animo dell'uomo postmoderno, di cui ci vengono segnali inconfondibili dall'arte contemporanea. Le ultime grandi esposizioni internazionali di pittura e scultura contemporanea lo mettono bene in evidenza, dimostrando che esso accomuna in maniera impressionante genti di diversi paesi, culture, aree geografiche, addirittura continenti, estrazioni politiche diverse. Parallelamente alla pittura e alla scultura, si possono individuare simili caratteristiche di questo stato d'animo sia nella filosofia che nella letteratura, nel teatro, nella cinematografia, nella musica e addirittura nelle scienze empiriche.

II. Il distacco dall'oggettività

Come prima e fondamentale caratteristica, voglio qui menzionare un radicale cambiamento nella comprensione di ciò che è la realtà oggettiva e, dunque, nel relazionarsi all'oggettività.2 E, dato che la realtà oggettivamente esistente verso la quale si orienta la comprensione dell'intelletto umano-quindi la cultura-è cambiata, assistiamo ad un cambiamento globale anche nella definizione che l'uomo dà di se. Per spiegarci meglio: se nella lontana antichità l'uomo riconosceva la divinità come esistenza oggettiva, la sua comprensione di essa era dosi assoluta da diventare schiacciante per la sua vita.


Possiamo quindi affermare con Solov'ev che si verificava un predominio totalitario del divino, del teologico.3 Con questa chiave di lettura possiamo meglio comprendere l'epoca dal rinascimento in poi, quando l'uomo ha scoperto la possibilità del distacco da questa totalità divina, affermando l'autonomia di se stesso, affermando quindi l'umano nella sua indipendenza dal religioso: «L’uomo che ha lasciato alle spalle ogni forma di minorità è l'uomo che si auto afferma nella sua soggettività, per lo più in una logica di immanenza e in una dinamica di rifiuto della fede cristiana e della sua influenza».4 Ma questa «liberazione delle energie umane» non avviene senza un loro superficializzarsi, senza perdere il nesso con quella profondità spirituale da cui erano collegate e intimamente saldate.5 Questo uomo, «[...] preso nel suo isolamento e nelle sue realtà esteriori e superficiali»6 si è «proclamato, in questa falsa posizione, divinità unica e insieme atomo insignificante».7

Ma l'uomo non può esistere, ragionare, se non orientandosi ad un riferimento fermo, oggettivo. Proprio perché necessari, tali riferimenti sono rimasti anche nell'epoca moderna, ma sono di volta in volta cambiati a seconda di ciò che era considerata come la realtà più «oggettiva». «Ma dove prenderemo questo contenuto assoluto della vita e del sapere?».8 Nel postmoderno, «una volta che questo valore si è dissolto, è la stessa realtà come tale che perde il suo significato: la realtà non ha più, nell'esperienza postmoderna, il solido significato oggettivo che aveva per l'umanità del passato».9 C'è stato così il tempo che ha visto il predominio del pensiero, dell'idea intesa nella sua astrattezza come eterna, veramente oggettiva e universale; è il tempo quindi in cui è nell'ambito della filosofia che è avvenuto questo orientamento di tutto verso l'oggettivo. C'è stato poi il tempo del predominio della natura, dell'empiria. Allora prevaleva l'oggettività «scientifica», cioè un'applicazione delle strutture concettuali alle leggi naturali. Così la scientificità empirica, secondo paradigmi cartesiano-newtoniani, diventava il codice per l'affermazione dell'oggettivo, dell'indiscusso, dunque dell'universale.10


È stata poi la volta della sociologia. Si è verificata allora una concentrazione su di essa come via per la comprensione di ciò che per l'uomo è più oggettivo e che lo condiziona di più. Ma la cosa più sorprendente è che al tramonto di questo processo, che si è evoluto lungo l'arco della modernità, l'uomo si concentra su sé stesso e diventa l'unica realtà oggettiva, il soggetto inteso soprattutto come sensazione di sé, come stato d'animo, molte volte come percezione del sentimento di sé, o addirittura come sensazione sensoriale.11 Se l'inizio della modernità era nell'affermazione della logica e della razionalità sistematica, che pretendeva di essere universale, quest'epoca finisce in una rivincita del soggettivismo o dell'individualismo, ad ogni modo in una rivincita della cultura dell'autoaffermazione. Nell'arte si ha un'esplosione di stili, ma senza forza comunicativa, senza contenuto comunitario.12 L’arte, regina di un linguaggio che tendeva alla comunicazione universale, finisce nello spento canto lamentoso di tanti individui separati che continuamente si guardano e parlano da soli. L'arte diventava un pianto, un vomito di ciò che l'individuo ha subito nella società moderna. Le esposizioni sono diventate il «confessionale» di ciò che è successo dentro un uomo ormai non più in grado di uscire da se stesso.13

Una generalizzazione superficiale del consumismo ha portato all'esasperazione il desiderio di essere unici, originali, inconfondibili. Per questo, ogni artista ha inventato nuove forme, quindi nuovi stili, ma senza codice di comprensione, senza comunicazione.14 Lo stesso è avvenuto nel campo della filosofia e della scienza. Se per tanto tempo ha dominato una sola logica, ad un tratto ci siamo resi conto che viviamo in un pluralismo di logiche e ciò che ha sviluppato una scienza nel suo ambito ha cominciato ad essere in contraddizione con altre scienze. La cultura che si è sviluppata «[...] è eclettica e contraddittoria, è analiticamente frammentata, composta di elementi fra loro ostili e tesi ciascuno all'auto affermazione».15 Ogni campo del sapere afferma la propria verità e oggettività, fino ad un pericoloso atomismo, in cui la minaccia per la distruzione spirituale, psicologica e fisica dell'umanità è diventata del tutto reale: «L'interesse egoistico, singolo, il fatto casuale, il particolare angusto, l'atomismo nella vita, nella scienza e nell'arte, sono l'ultima parola della civiltà occidentale [...]. Questa civiltà elaborò forme particolari e materiali esteriori per la vita ma non diede all'umanità il contenuto interiore della vita stessa; dopo aver evidenziato certi elementi singoli, li portò al massimo grado di sviluppo, per quanto è possibile nella loro separazione, ma li lasciò senza un nesso organico e quindi privi di spirito vivente per cui tutta questa ricchezza è un capitale morto».16


Riassumendo questa prima caratteristica, possiamo affermare che l'uomo postmoderno si trova sganciato dalla oggettività indiscutibilmente esistente, che è la vita stessa. Staccato quindi dalla vita, si trova imprigionato dentro tanti sistemi e strutture intellettuali, sociologiche, scientifiche, politiche e culturali, tutte però senza respiro, senza slancio, senza cibo vivificante. In ricerca disperata della vita, si orienta alla sua psiche, concentrandosi su ciò che essa sente e proclama come più urgente, pressante, oggettivo sul suo orizzonte: ciò che lui sente, ciò che lui prova, senza una vera distinzione tra la sensazione, il sentimento e il pensiero. Siamo nell'epoca dello psicologismo.17


[
Quando di un testo esiste la traduzione italiana, le pagine indicate fanno sempre riferimento a questa versione].

l
Cf M. AZEVEDO, Inculturation and the challenges of Modernity, in «Inculturation», I (1982). 1-63; ID.. Challenges from modern culture, in «Inculturation», XI (1989),63-77; cf G. COLZANI, Moderno, postmoderno e fede cristiana, in «Aggiornamenti sociali», 12 (1990), 781.

2
Già Solov'ev metteva in guardia rispetto ai fondamenti gnoseologici della cultura moderna: «Nessuna conoscenza reale si esaurisce nei dati della nostra esperienza sensibile (le sensazioni) e nelle forme della nostra ragione pensante (i concetti).» L’oggetto «ci è dato solamente come percepito e pensato in questi determinati rapporti, cioè in genere nel suo essere relativo.» V. SOLOV’EV; Kritika otvlecenniych nacal, Sobr: Soc., II, Bruxelles 1966, tr. it. La critica dei principi astratti (1877-1880), in Sulla Divinoumanità e altri scritti, Milano 1971, 197.
«L’esistenza incondizionata dell'oggetto non mi sarebbe in alcun modo accessibile se tra me e lui esistesse una separazione perfetta: in tal caso io potrei rapportarmi a lui soltanto in modo esteriore e possiederei la conoscenza solo del suo essere relativo; ma siccome in realtà io ho notizie anche del suo essere incondizionato, ne consegue che detta separazione non c'è, e che il conoscente è in un certo modo legato interiormente con il conosciuto e che si trova con lui in un’unione sostanziale; proprio questo esprime la convinzione immediata con cui noi affermiamo l'esistenza incondizionata dell'altro. In questa convinzione il soggetto conoscente è libero, non legato ne dai fatti dell'esperienza né dalle forme del pensiero puro, perché afferma qualcosa che non è e non può essere né fatto empirico né categoria della ragione e che sta oltre i limiti dell'uno e dell'altro. In questa convinzione il nostro soggetto conoscente agisce non come sensibile empirico né come razional-pensante ma come assoluto e libero, e perciò anche l'oggetto viene conosciuto nella sua assolutezza.» Ibid., 200.
«Il pensiero razionale preso in se non ha contenuto e dall'esperienza esterna non può ricevere il contenuto che gli corrisponde, cioè un contenuto unitotale e vero, quindi deve riceverlo dalla conoscenza positiva ed essenziale che è determinata dalla fede e dalla contemplazione ideale. In altre parole, l'uomo in quanto razionale riceve il suo contenuto vero e positivo dal suo elemento mistico o divino, e se chiamiamo filosofia il sistema del sapere razionale, dobbiamo riconoscere che la filosofia riceve il suo contenuto dalla conoscenza religiosa o teologica, intendendo quest'ultima come conoscenza di tutto in Dio o conoscenza dell'unitotalità essenziale.» Ibid., 212-213.

3
.[...] nel campo della conoscenza la proprietà caratteristica dell'evoluzione occidentale è il separarsi conseguente e l'atomizzarsi esclusivo dei suoi tre gradi. All'inizio nasce la divisione tra il sapere sacro, la teologia, e il sapere laico o naturale. In quest'ultimo durante il medioevo non c'era ancora delineata la distinzione tra la filosofia propriamente detta e la scienza empirica che insieme formavano un’unica filosofia ancella della teologia e che solo alla fine del medioevo (nel rinascimento) si liberò da questa servitù.» V. SOLOV’EV; Filosofskie nacala cel'nogo znanija, Sobr: Soc., I, Bruxelles 1966, tr. it. I principi filosofici del sapere integrale, in Sulla Divinoumanità, cit., 44. Si tratta di due passaggi dei tre momenti della evoluzione dell'organismo umano universale. Nel primo stadio i gradi «sono indifferenziati e confusi, c0sì che ciascuno di essi non possiede un vero essere distinto come autonomo ed esiste solo potenzialmente. [...] Questa indifferenziazione sta nel fatto che il grado supremo o assoluto inghiotte e nasconde in sé tutti gli altri non permettendo loro di manifestarsi autonomamente. Nel secondo momento i gradi inferiori si liberano dal potere supremo e tendono alla libertà assoluta; dapprima tutti insorgono insieme contro il principio supremo, lo negano, ma per acquistare uno sviluppo completo ciascuno di essi deve affermare se stesso esclusivamente non solo rispetto al supremo ma anche a tutti gli altri, deve negare anche questi, e c0sì nella comune lotta degli elementi inferiori contro il supremo deriva necessariamente una lotta intestina in seno agli stessi gradi inferiori. Ma anche il grado supremo in seguito a questo processo si profila, si determina come tale, acquista la libertà e c0sì crea le condizioni per una nuova unità.» Ibid., 35-36. Infatti, per il «raggiungimento dello scopo supremo comune della conoscenza, scopo determinato dalla teologia, [...] questa a sua volta dovrà rinunciare alla pretesa illecita di regolamentare gli strumenti della cognizione filosofica e di limitare il materiale della scienza intervenendo nelle loro rispettive sfere, come lo ha fatto la teologia medievale. Solo una teologia, che ha sotto di sé una filosofia e una scienza autonome, può trasformarsi insieme a queste in libera teosofia, perché libero è soltanto colui che dà la libertà agli altri.» Ibid., 51.

4
G. COLZANI, Moderno, postmoderno e fede cristiana, in «Aggiornamenti sociali», 12 (1990), 781-782.

5
Cf N. BERDJAEV, Smysl istorii, Berlin 1923, tr. it. Il senso della storia, Milano, 1977, 111.

6
V. SOLOV'E.V; Filosofskie nacala cel'nogo znanija, cit., 48.

7
lbid., 48.

8
Ibid., 49.

9
G. VATTIMO, Il museo e l’esperienza dell’arte nella postmodernità, in «Rivista di Estetica», 37 (1991), 4.

10
Su «progresso» e «sviluppo» come parole magiche dell'epoca moderna, cf I. VACCARINI, La condizione «postmoderna»: una sfida per la cultura cristiana, in «Aggiornamenti sociali», febbraio 1990, 127; G. VATTIMO, Il museo e l’esperienza dell’arte nella postmodernità, cit., 4 e G. FORNI, Riflessioni sull'idea di modernità, Genova 1992,44-56.

11
«[...] sentendosi al centro della realtà, perché tutto deve convergere su di lui, può facilmente cedere alla tentazione di considerare reale il mondo solo in quanto è sensibile. Cedendo a questa tentazione, perde anche la realtà sensibile: gli rimane da sperimentare come realtà soltanto il proprio io soggettivo: tutto il resto, il mondo esterno con gli altri uomini, gli sembra scarsamente reale, diviene pura apparenza, anche se bella e affascinante.» H. PFEIFFER, Le dimensioni dell’arte, in «Nuova Umanità», 1 (1979), 94-95.

12
Cf A BOATTO, I pop artists. Gli ultimi «peintres de la vie moderne», in Arte Americana, Roma 1992,240.

13
Cf G. COLZANI, Moderno, postmoderno e fede cristiana, cit., 789.

14
Cf P. FLORENSKIJ, Obratnaja perspektiva, in Izbranye trudy po estetike, Paris 1985, 165-166, tr. it. La prospettiva rovesciata, Roma 1983, 126. «Se tutti gli uomini si sentono individualmente, al centro della realtà, la comunicazione fra di loro diventa difficile. Ciascuno vede solo un aspetto delle cose, e da questo aspetto cerca di giudicare tutto il resto, tentando di far valere il proprio punto di vista contro il punto di vista dell'altro. Tutti i valori diventano soggettivi e relativi; ognuno può stabilire individualmente che cosa sia l'arte. È sufficiente che l'autoaffermazione artistica di un individuo trovi un largo assenso nella società perché le sue opere siano valutate come opera d'arte.» H. PFEIFFER, Le dimensioni dell’arte, in «Nuova Umanità», I (1979), 95.

15
P. FLORENSKIJ, Ikonostas, S. Peterburg 1993, 149.

16 V. SOLOV’EV, Filosofskie nacala cel'nogo znanija, cit., 48.

17 Cf C. LASCH, The culture of narcissism, New York 1979, tr. it. La cultura del narcisismo, Milano 1981.




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