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Diario


12 maggio 2006

28 anni dopo [la Terza Fase morotea]

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Io ero contrario all’elezione di Giuliano Amato alla Presidenza della Repubblica. Perché considero l’elezione di un ex-PCI al Quirinale la chiusa di una storia che non disarma la memoria. 

C’è un film straordinario su cosa sia la memoria, e vorrei tornarci per discuterlo più in profondità: Ogni cosa è illuminata. Ovviamente la memoria  si lega alla tradizione ebraica, in cui la trasmissione dell’identità è il carattere di gran lunga più rilevante dei comportamenti successivi di chi alla diaspora plurimillenaria, lo voglia o no, è vincolato. Tuttavia l’ebraismo insegna, paradossalmente, anche il valore della tolleranza.

Un’amica sintetizzava così questa apertura all’altro che emerge dai comportamenti concreti degli ebrei insediati ovunque nel mondo, da piccola tribù apolide ma non anonima: gli ebrei mettono radici per aria. Questa figura retorica è un’immagine potente. Come si può essere chiusi all’altro se si è capaci invece di stabilire relazioni con chiunque in qualunque parte del mondo? La tradizione biblica io credo sia alla base di questa costante meraviglia pratica per la relazione.

Cosa c’entra quest’ampia digressione con la mia esplicita preferenza per Giorgio Napolitano ed, in subordine e generazionalmente, per Massimo D’Alema? 

Personalmente non credo corrisponda alla nemesi descritta da Pigi Battista oggi sul Corriere della Sera: aver avuto la sensibilità di accorgersi che il mondo era cambiato prima dell’89. Qui c’è un pregiudizio politico che mi divide dalla banalità di una tale semplificazione: a differenza di Amato io non ritengo riformista il tentativo di riequilibrio a sinistra operato dal craxismo.

Penso invece che il garante del riformismo in Italia sia stato Aldo Moro: la sua morte, tragica, fu l’ultimo atto di una guerra sotterranea che opponeva la conservazione e la via italiana alla riforma politica che solo Moro poteva orientare e guidare. Aggiungo io, da cattolico.
 

Eliminato lui si spalancò in Italia la strada ai governi pentapartitici, i liquidatori fallimentari della Prima Repubblica, la cui onda lunga arriva fino a noi attraverso il populismo mediatico berlusconiano e la conquista della telecrazia, ampiamente favorita dal craxismo e dallo stesso Amato e sigillata dal CAF: così veniva chiamato l’asse di potere Craxi, Andreotti, Forlani, che incarnò i pessimi governi Pentapartiti, quelli della surmoltiplicazione del debito pubblico che scontiamo ancora oggi.

Evidentemente sarebbero molte le osservazioni da integrare a questa tesi di fondo. E non m’illudo che i salti logici di questo post possano spiegarle esaurientemente. Craxi pensava che la riforma politica italiana passasse per la destrutturazione dei due partiti-monoliti, DC e PCI, che assommavano oltre il 70% del peso elettorale. Ovvero la via mitterandiana applicata al quadro politico italiano di allora.
 

Sembrerebbe aver avuto ragione
. Ma solo apparentemente. Perché in realtà l’elettorato italiano non si è sostanzialmente ridislocato nei nuovi schieramenti [dopo il 1978, cioè esaurita senza Moro la spinta delle convergenze parallele e del cosiddetto compromesso storico]: la parte conservatrice della DC si è rifugiata in AN e, massicciamente, in Forza Italia. Meno nell’UDC, che rappresenta nelle sue espressioni migliori [ovviamente non Giovanardi o Buttiglione] un’altra idea di riforma politica e quindi istituzionale. 

La sinistra DC, il gruppo cristiano-sociale fanfaniano e quello sindacale cislino costruirà il Partito Democratico insieme agli ex-comunisti e, sperabilmente, agli azionisti ed ai liberalsocialisti. E per la prima volta permette ai dossettiani di dare la direzione di marcia alla politica italiana [attraverso i Prodi ed i Parisi].

Primo frutto visibile
: la fine irreversibile della conventio ad excludendum, che ha spinto Napolitano ad occupare la massima carica dello Stato. Lanciato quasi in zona Cesarini dal suo grande elettore e predecessore, Carlo Azeglio Ciampi. Niente altro che l’avvio della Terza Fase morotea, 28 anni dopo la sua eliminazione.
 

Silvio Berlusconi ha dato asilo ed amplificato le paure della parte [non maggioritaria in Italia, al di la della vulgata propagandistica] più insofferente all’eccessiva invadenza dello Stato. Ma non le ha mai conferito una rappresentazione istituzionale, né gliela darà in futuro, avendo sprecato la più grande maggioranza parlamentare della storia repubblicana, per un’intera legislatura, senza rispondere al mandato popolare ricevuto.
 

Detto questo, consiglio di seguire la presentazione del libro di Giuliano Amato dal podcast di Radio Radicale, di leggerlo, augurandomi di ritrovarlo al posto giusto nel secondo Governo Prodi. Prezioso per la costruzione del Partito Democratico. Con le parole del presente e quelle altre dell'imminente.




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