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l' Uomo in bianco e nero


Politica


3 ottobre 2009

Shabbat shalom

Ditaubi, Associazione per il servizio di formazione all'impegno civile e politico ispirata all'opera di don Tonino Bello, aderisce alla manifestazione per la libertà d’informazione promossa dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana che si svolgerà a Roma oggi 3 ottobre, in Piazza del Popolo, con inizio alle 15:30.

L'atteggiamento del premier Silvio Berlusconi, la sua arrogante e spregiudicata insofferenza nell'uso dei media - di cui dispone direttamente in quanto proprietario ed indirettamente in quanto capo del Governo, con pervasiva influenza sulla gestione della disinformazione ufficiale -, la concezione di un'informazione servile e che distorce a suo esclusivo beneficio la realtà narrata dalla televisione pubblica e privata, rende necessario un incondizionato appoggio a quella parte della stampa che non intenda genuflettersi al guinzaglio di un potere assoluto, ormai privo di alcun freno inibitorio ed allergico a qualunque forma di controllo: istituzionale o dalla libera informazione.
 
L'attacco sistematico alle pochissime trasmissioni giornalistiche che non recano l'impronta della propaganda senile del settantatreenne presidente del consiglio pro tempore, è oltremodo intollerabile. Non è richiesto condividerne ogni tesi ma, in democrazia, è proibito all'Esecutivo sottoporne i contenuti a pesantissime interferenze ed intimidazioni, all'unico scopo di addomesticarle, ponendole nella condizione di non disturbare il manovratore e non turbare le illusorie certezze dell'informazione prostituita, escort dell'unica propaganda politica tollerata. Pena la cancellazione dalla programmazione ed ogni altra forma di ostacolo alla libera azione nell'accertamento giornalistico di fonti e fatti.
 
Lo stesso uso improprio della parola gossip intende trasformare - annacquandole - vicende ed atteggiamenti ordinari del premier, accadute in casa propria e confermate da registrazioni non smentibili. Occultando notizie inoppugnabili per confondere l'opinione pubblica italiana, e distoglierla dal degrado personale in cui versa la vita del più opaco, visibile e potente uomo pubblico italiano. Difensore tra i più esposti del fondamento valoriale cattolico associato alla parola famiglia.
 
Mai tuttavia beneficiata di interventi od attenzioni paragonabili a quelli usualmente disposti a favore delle proprie aziende ed a difesa della propria posizione processuale, in relazione a vicende criminali mai chiarite e sempre ostacolate nel distorto uso delle leggi e dei provvedimenti, approvati nel corso dell'attività realmente e continuativamente promossa dai governi da lui presieduti.

Link map: shabbat|gossip|feltrusconismo|ditaubi


18 maggio 2009

Caro D[i]ario

[ Il post è pubblicato per la rubrica Apologetica del sito-rivista fulminiesaette.it ]

Come si nota dall'immagine, non è mai stato molto preso dalla passione per i buoni capi di abbigliamento, Dario Franceschini

In serata ospite all’Infedele, di Gad Lerner, Dario Franceschini è sempre stato il migliore: della sua generazione di giovani dc della sinistra del partito. Quella che nel 1984 lo cooptava nella direzione nazionale, in congressi pagati dal segretario amministrativo in amene località ed alberghi a più stelle. Lanciano, quell’anno. Nella sua scia c’erano Enrico Letta, Lapo Pistelli, più giovani di lui. E Renzo Lusetti, scelto da un Mastella dominus per procura demitiana a sbrigare le faccende dei giovani che non riuscivano a trovare un delegato nazionale, epigono minore del segretario nazionale. Ovviamente Dario era una spanna sopra Renzo. Ed i congressi erano feroci. Angelo Belmonte - oggi vicedirettore del tg3, seguì proprio quello, da inviato rai.

Certo i ricordi possono caricarsi di impressioni sopraggiunte, ma essendoci a quel congresso ed a svariati successivi, ricevevo la netta sensazione di un ragazzo appassionato e colto. Cresciuto nell’Emilia che più rossa non si poteva. Quindi all’opposizione, in un partito che si confondeva con lo Stato, oltre che con lo status quo.

Mi sorprende che sia emerso alla visibilità pubblica nazionale solo di recente, considerando che un suo coetaneo di circa 3 anni più giovane è il Presidente degli Stati Uniti d’America. Peraltro primo inquilino di colore ad essere introdotto nella più complicata plancia di comando al mondo, durante la più pesante crisi sistemica dal 1929 in avanti: cinquantenne abbondante lui, meno che quarantottenne Obama.

Pertanto che provi disperatamente a rimettere in asse la navigazione priva di bussola del pd veltroniano non mi sorprende. È efficace nel trovare sempre la malta a presa rapida per attaccare alle proprie inadeguatezze il premier più amato dagli italiani [a suo dire, ma si sa che Silvio Berlusconi è inguaribilmente bugiardo]. E risalendo il fiume controcorrente, nella stessa condizione conosciuta da giovane politico in erba: in territorio ostile, presidiato da supermaggioranze assembleari avverse e meccanismi decisionali ipergerarchici, per non dire direttoriali. E senza nemmeno la parvenza dell’assemblearismo da comitato centrale di matrice comunista: qualcosa che, in termini di processo, poteva somigliare ad una forma di democrazia dal basso o partecipativa.

Un uomo potentissimo, in termini di rapporti di forza e mezzi, almeno quanto inadeguato al ruolo. Che infatti non è capace di assumere fino in fondo. Cioè con responsabilità pubblica. Democristiano atipico ma assolutamente dotato di fauci acuminate, Dario Franceschini realizza ed eserciterà una pressione costante sul premier, utilizzando una tecnica di comunicazione nuova di zecca: non disponendo di fuoco sufficiente, ne preleva dall’avversario rifrangendolo sul suo corpo stanco. L’artefatto si chiama specchio ustorio e la sua tecnologia si deve ad un geniale stratega non militare vissuto durante il iii secolo a.c., Archimede di Siracusa detto pitagorico. Storia antica.

Che scalfisca l’intoccabilità carismatica berlusconiana, è probabile. Che sia anche efficace, da dimostrare. Che sia nelle corde di Dario, nel suo stile apparentemente impulsivo, è certo.


17 febbraio 2009

Il perdente di successo

Così Giampaolo Pansa definiva Uolter, issato sul ponte di comando di Roma Capitale. Stavolta il perdente ha inanellato insuccessi ben oltre le sue pur rilevanti responsabilità.

Fondamentalmente non aver compreso che dopo la
disunione di lotta e d’arretramento occorreva una cesura netta, non di facciata, con le cattive abitudini della pessima classe digerente sopravvissuta agli isterismi del secondo governo Prodi.

La sua sarebbe stata una strategia perfetta ove la vittoria di Silvio Berlusconi fosse stata contenuta e non così prevedibilmente ampia. Ora Berlusconi applica alla lettera una regola aurea del machiavellismo: i nemici o si vezzeggiano o si uccidono. E lui, a differenza dei tremuli dilettanti post-comunisti, dei nemici fa
strame.

Terzo insegnamento. Anche questo prevedibile. Lo strapotere mediatico ha issato un illustre sconosciuto alla presidenza della Regione Sardegna. Un po’ Caligola, Berlusconi nomina senatore|prefetto un cavallo. Il suo cavallo, nemmeno di razza. Un mezzosangue, al più. Ma non è questa la quaestio.

Il mezzosangue stravince con un programma ancien régime su una proposta obamiana, tutta giocata sul futuro e sulla valorizzazione delle risorse immateriali: le competenze, l’ambiente, la sostenibilità energetica, la speranza.

Qui la sconfitta è del Paese, se ancora ne esiste uno e continua a chiamarsi Italia. Non di
Renato Soru, non più fallito di Silvio Berlusconi, indebitato fino al collo ed anche più su, all’atto del suo disperato ingresso in politica. Che ha fruttato molto. Molto più di qualunque suo altro investimento precedente, in regime di monopolio. Legale ed illegale.


29 dicembre 2008

Community organizer | Saul Alinsky

[ clicca sulle immagini | Saul Alinsky was born in Chicago in 1909 to Russian Jewish immigrant parents, the only surviving son of Benjamin Alinsky's second marriage to Sarah Tannenbaum Alinsky. He started at the University of Chicago in 1926, and eventually received a graduate fellowship in sociology, but didn't complete it ]

Obama ha cominciato la sua carriera politica come community organizer nei ghetti di Chicago, seguendo gli insegnamenti di un radicale non marxista come Saul Alinsky, nella foto appaggiato alla sua munitissima biblioteca

L’elemento che in Italia è stato analizzato poco o niente - allo scopo di farne tesoro - è quello del modello organizzativo della vittoria di Obama.

Mentre i partiti italiani si cesarizzano o si polverizzano, in America si procede a un’europeizzazione del sistema dei partiti, sempre più distinti nelle opzioni culturali e ideologiche, sempre più organizzati su una base di stabilità e continuità di lavoro tra un’elezione e l’altra [fino a poco tempo fa i partiti erano mere agenzie di sostegno elettorale a imprenditori politici che utilizzavano il franchising repubblicano o democratico].

Lo stesso Howard Dean aveva detto delle presidenziali:
«Bisogna far finta che sia un’elezione diretta». Intendendo dire che ogni voto conta, che bisogna essere presenti ovunque anche dove non c’è speranza di prendere lo Stato e i relativi grandi elettori [negli Stati Uniti chi vince lo Stato, porta a casa tutti i delegati, tranne in uno]. E poi, cosa importante per uno che ha fatto le primarie del 2004 usando benissimo il web e le nuove tecnologie, Dean ha detto «Basta Tv, facciamo il porta a porta». Non esattamente il modello di politica americana che noi immaginiamo, dove il lavoro organizzativo di base è stare nei quartieri, esserci, parlare.

Obama ha cominciato la sua carriera politica come
community organizer nei ghetti di Chicago, seguendo gli insegnamenti di un radicale non marxista come Saul Alinsky. Laddove il rapporto con la politica si riduce al voto di scambio o non esiste, le reti sociali di un quartiere o di una città vanno ricostruite su basi nuove: non bastano [o non sono credibili, o non esistono…] i partiti, servono persone inserite o capaci di inserirsi nei tessuti sociali, tecniche per farlo, educazione politica, continuità di lavoro, strumenti culturali per leggere la società nella quale si vive.

Obama vuole nazionalizzare questa sua esperienza locale: ha costantemente spronato il suo staff affinché costruisse
la migliore organizzazione politica degli Stati uniti. A causa del colore della sua pelle la sua candidatura è stata una scommessa, vinta grazie all’organizzazione ancor prima che al messaggio: al di là del chiacchiericcio mediatico, i simboli che non hanno gambe e sostanza [o che non parlano più alle persone] durano molto poco.

Saul Alinsky: «Il più grande nemico della libertà individuale è l'individualismo in se stesso» [dal prologo a "Rules for Radicals", di cui è pubblicata la copertina all'edizione del 1971]

La sostanza è tanto nell’organizzazione e nelle tecniche che la determinano, quanto in un profilo culturale che riscopre parole dordine ed elementi culturali che hanno sempre fatto parte della tradizione democratica e liberal. È come se si fosse cercato di risvegliare il progressista dormiente - e il suo orgoglio - in ogni elettore democratico americano. In questo modo Barack Obama ha saputo dare uno sbocco al disagio sociale e all’insofferenza di questi ultimi anni, ha saputo mobilitare milioni di persone, come i piccoli finanziatori della campagna, le centinaia di migliaia di volontari [5 milioni di volontari | 3 milioni di singoli finanziatori, pari all'1% della popolazione USA].

Sul successo di questa campagna, sul suo mix di modernità e lavoro territoriale di base occorrerebbe davvero riflettere: che sia un progetto vero, ingenuo, oppure di semplice opportunismo,
Barack Obama rappresenta oggi un movimento che va in senso contrario al ciclo della shock economy, verso l’inclusione sociale e politica. Un’impresa molto difficile perché, va ricordato, la democrazia più antica del mondo è la più scrupolosa nel rendere impraticabili i diritti dei propri cittadini.

Link map: saul alinsky|jimmy wales|democrazia in america|how this happened


16 dicembre 2008

Danza sull'orlo del vulcano

[ click | La erre moscia contro l’accento emiliano. Oggi si sono riuniti allo stesso tavolo per cercare una convergenza contro la crisi economica. Spinti al fronte comune forse anche dalle foschissime previsioni del centro studi di Confindustria diffuse oggi: due anni di recessione, 600.000 lavoratori a casa ] 

Con il decreto legge anticrisi in Parlamento, la necessità di un’approvazione rapida potrebbe far mettere da parte il “muro contro muro” politico. Che non gioverebbe a nessuno. L’appuntamento era stato chiesto nei giorni scorsi dall’esponente del Partito Democratico. Nelle due ore di colloquio, Tremonti e Bersani hanno discusso delle proposte di emendamenti del Pd al decreto messo a punto da via XX settembre

Non c’è da fare troppo gli schizzinosi. La crisi italiana è più grave e profonda di quella mondiale. Una recessione frutto di scelte mancate, oltre che della fine del ciclo della supply side economics, figlia della curva di Laffer.

È tempo di große koalition, se non in chiaro, certamente nei fatti. Nessuno degli schieramenti rappresentati in Parlamento ha la forza politica per intervenire in profondità. Ognuno, da solo, pagherebbe un prezzo elettorale esorbitante. Al termine del mandato.

Le energie per reagire ci sono: l’unica cosa che in Italia non manca è il patrimonio umano ed intellettuale. Manca invece, e drammaticamente, un’idea unificante di popolo e responsabilità condivise. Berlusconi questa cosa nemmeno sa come si pronuncia. Ma è lui che il corpo elettorale ha indicato per il compito che esercita [male, ma non sorprende]. È sua per intero la scelta di una collaborazione tra pari, e non tra pariah.

«
È l'acosmismo il peccato più grave del pariah, questo ritirarsi in un suo rifugio quale l'arte, la fede, la lingua che crea mondi sublimi interiori, una libertà illusoria interiore che distrae e distoglie da quell'unica autentica libertà che si può avere nel mondo politico. La libertà del pariah non ha senso perché in essa non ci sono aspirazioni, né spazio per il desiderio umano di realizzare qualcosa su questa terra, fosse anche il solo organizzare la propria vita. Chi si sente lontano dalle regole semplici e fondamentali dell'umanità, o chi sceglie di vivere in uno stato d'emarginazione, anche se costrettovi perché vittima di una persecuzione, non può vivere una vita veramente umana».

Link map: dialoghi|große koalition|bis luscus|acosmismo|pariah|hannah arendt


1 dicembre 2008

Dream team




Non la squadra presentata ieri da BHO. No. Se non per la rilevante discontinuità di un nero ministro della Giustizia. Si può immaginare cosa significhi, se si pensa che le fasce di popolazione più a disagio sono quelle maggiormente perseguite, spesso per carenza di difesa legale a fronte della pubblica accusa, non solo per statistica.

No. Il dream team di Obama è dislocato nel giacimento di 300.000 curriculum pervenuti dal sistema di social networking già all’opera, anche a supporto del transition team.

Sono pronto ad una scommessa: il nuovo think thank presidenziale emergerà dalla connessione di queste energie grassroot. 8.000 entreranno direttamente nell’Amministrazione. Gli altri saranno allertati per valutare, integrare, sondare politiche e soluzioni. Con le logiche proprie del knowledge management applicate all’economia della conoscenza, per spinta dall’ecosistema delle reti
.

Link map: welcome to obama for america|holder|security cabinet|social media lab|grassroots cv|wired


10 novembre 2008

Kadima trentina

 
[ Kadima, che in ebraico significa avanti!, è una metafora trentina? Clicca sulle immagini ]

Il manifesto della mostra che il Trentino ha dedicato ai 90 anni dalla fine delle Grande Guerra [1914 - 1918] Un giovane Lorenzo Dellai, all'epoca sindaco di Trento


Conobbi Lorenzo Dellai grazie a Leoluca Orlando, che a Trento convocò il primo seminario nazionale della Rete. Trentenne, sindaco in carica da pochi mesi della città che ci accoglieva. Sembianze come nella foto piccola.

Dellai è sempre stato un outsider. La
DC moriva e lui lo aveva capito. Da allora ha costruito sempre sul territorio. Un po’ Toni Bisaglia [all’epoca potentissimo uomo partito democristiano veneto, misteriosamente deceduto anni prima, nel giugno dell'84], un po’ Sergio Chiamparino: mai sopraffatto dagli eventi, sempre lesto ad anticiparli. Quanto di peggio contro l’idea ripiegata di rappresentanza della Lega. Che infatti lì perde anche quando accresce i consensi, come ieri.

Ora Dellai ci dice, nel solco della migliore tradizione cattolico-democratica [direi del suo più illustre predecessore trentino, Alcide De Gasperi], che un partito moderno e di massa è post-politico e territoriale insieme. Cioè guarda oltre le riedizioni dei centro-centrosinistra [tipo addizioni UDC + PD, cui Dellai - come me - non ha aderito] per compensare localmente gli strattoni che la globalizzazione assesta alle invecchiate sicurezze delle abbienti popolazioni europee. Assumendo la sfida della mondialità come leva, piuttosto che come paura. L’esatto contrario dello schema leghista.

Un processo che nella vicina
Israele ha condotto uno tra i più feroci oppositori del negoziato di pace con l'autorità palestinese ANP, Ariel Sharon [da mesi in un purgatorio alle soglie della vita], a promuovere il nuovo contenitore post-politico Kadima. Non a caso vincente in alleanza con il labour, contro il Likud egemonizzato dal peggiore sionismo ultra-religioso.

Link map: berakhà|kadima|dellai|bisaglia|provincia trentina|eurasienstab|ariel


21 ottobre 2008

Il silenzio dei comunisti

Per lo spettacolo sulla politica ho scelto una sorta di epistolario pieno di passione tra Foa, Mafai e Reichlin, che pone domande forti e imbarazzanti alla sinistra, sulla necessità della rivoluzione, chiamando in causa vecchi e nuovi comunisti.

Quello che mi interessa è l’intersoggettività dei momenti teatrali perché è chiaro che la scienza e la bioetica dipendono, come tutto, dall’economia e dalla politica… Un testo non pensato per la scena, dunque, ma che ci fornirà lo spunto per dibattere dei problemi di una società in piena crisi, una crisi causata dalla transizione tra due epoche storiche.

Luca Ronconi 

Lettere brevi, intensi ricordi e domande per il futuro, per dialogare sulla storia, passata e presente del comunismo italiano, attraverso il Novecento. Vittorio Foa, il grande intellettuale militante della sinistra italiana, ha scritto nel 2002 a due ex comunisti carichi di memoria, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, ed essi hanno risposto. Con linguaggi e stili diversi, con altre domande e altre riflessioni. Scrive Foa in un passo significativo:

«
Se vogliamo che le cose migliorino dobbiamo pensare che possano migliorare; la scelta è fra un mondo di possibilità e un mondo di fallimenti».

Per Mario Pirani, che nel 2001 recensiva questo prezioso carteggio, «Vittorio Foa, nelle vesti dell’interrogante ermeneuta, si rivolge a Miriam Mafai e ad Alfredo Reichlin, chiamati a rispondere ad un profluvio di quesiti nella loro qualità di attori ancora sul proscenio di quella grande commedia umana che fu l'esperienza dei comunisti italiani, estesa all'estremo tentativo di spendere quell'esperienza nella nuova formazione riformista Ds. Esercizio interessante, quanto destinato a lasciare senza risposta gli innumerevoli quesiti proposti, sul passato e sul presente: dal ruolo di Togliatti al pacifismo, dal compromesso storico di Berlinguer alla contaminazione coi no-global, dal rapporto con l'Urss al confronto con la mondializzazione. E poi i ricordi personali, che aprono nostalgici e toccanti flashback sui migliori anni della nostra vita.

Naturalmente in poco più di cento pagine il valore non va cercato certo nella profondità documentata dell'analisi ma nella dialettica, a volte folgorante, dell'intuito, nell'incrociarsi vivacissimo e libero di una conversazione a tre sulle vicende del secolo, fino ai giorni nostri».

Link map: sinistra|ronconi|silenzio|foa|podcast|sistema


12 ottobre 2008

È la fine del mondo?

[ click | le borse in picchiata: non ci sono compratori. Il sistema è in default, Il banco è saltato ]

Apocalisse è svelamento di quanto agli occhi umani resta nascosto e impenetrabile, non tanto perché si riferisce a un futuro inaccessibile, quanto piuttosto perché appartiene alla profondità, al mistero stesso della creazione voluta da Dio e della storia guidata da Dio.

No. È un’apocalisse, cioè – etimologicamente – una rivelazione: la fine di un mondo.

Apocalisse quindi non significa predizione di eventi futuri sconosciuti all’uomo
, bensì ri-velazione [ come disvelare, togliere il velo ]: Edizioni Qiqajon Comunità di Bose ISBN 978-88-8227-072-8, Apocalisse di Giovanni. Il movimento è duplice: rivelare tenendo nascosto [ndr].

È un male? O un parto? Un nuovo inizio?

Link map
: l'orso|distruzione|buon sangue|crack|etimo|apocalittica|loghismoi


29 agosto 2008

Cape coloured, bho chapter two

2. continua

I valori dell’America, tuttavia, vanno realizzati non solo in patria,
ma anche allestero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive.

L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in
80 Paesi occupando lIraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici.

Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani. Siamo il partito di Roosevelt. Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione.

Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie.
E ripristinerò la nostra reputazione morale perché l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore.

È questo il mio programma.

Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perché si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera.

Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto;
abbiamo perso il senso dellunità di intenti. Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate.

Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.

So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perché in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me.
Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso.

Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare.
Il cambiamento lo chiedono gli americani. Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione. L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbysti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale.

L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione. Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America.

È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto.

È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia. Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro».

America, non possiamo tornare indietro.

C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro.

Manteniamo quella promessa – la promessa americana.
Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.




permalink | inviato da Ethos il 29/8/2008 alle 23:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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- 10 y Impoverimento [la tassa occulta]

- 9 y Quote rosa [non è un pesce d’aprile]

- 8 y Mai, mai, mai! [Totus tuus ego sum Maria]

- 7 y Punta Perotti [lo spartiacque]

6 y sso ccontento…! [il ri-epilogo]

- 5 y Favole greche e leggende metropolitane [ici]

4 y Anche i ricchi piangono [o dei rovesci]

3 y Un giudice  [Fabrizio De Andrè, amico fragile]

- 2 y Per interesse  [contro il declino]

-  1 y La nomination [BIP® brother] 

0 y  L'identità mediale degli italiani [BIP® exit]


Questo blog aderiva alla campagna
"Salviamo la Costituzione. Aggiornarla non demolirla".

Contro la sottrazione di democrazia tentata dal governo dei pre-potenti.



Infopoint

La posta in gioco

Si sceglieva tra 2 modelli*:

il sistema che accoglie l'individuo,
non privo di limiti;

l'individualismo che rigetta la relazione
tra gli individui, la nega ideologicamente,
privilegiando la soluzione asociale.

Io scelgo e voto per una società che
sa trarre forza dagli individui
per costruire il sistema e lo scudo,
anche per i più deboli
, gli ultimi,
i meno muniti e più sprovveduti,
che non possono rimanere ostaggi,
in balia dei rapporti di forza
economici o politici;
e non delega la salvezza all'uomo, della provvidenza



banditore [ in un film già visto ].

*ma l'Unione non lo aveva capito.






[ charis community ]

FENICOTTERO SNODATO Un'esemplare di fenicottero rosa si accarezza compiaciuto il collo allo zoo di Francoforte in Germania (Frank May /Epa)

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