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l' Uomo in bianco e nero


Diario


30 settembre 2005

Casini

Ha ragione Pierfurby quando si lamenta di essere attaccato dall’Unione tutta per la libertà che dimostra nel perseguire il risultato per cui sacrifica ogni altro obiettivo: il ritorno al sistema politico-elettorale proporzionale. È servito chi non credeva (nella caserma delle illibertà, non a queste latitudini) che lo smenare continuo dei centristi durante questa torrida estate (per l’anatra zoppa, il billionario ridens) fosse finalizzato a quella che i militari chiamano finestra delle opportunità. Non si trattava di regicidio ma di preparare il nuovo assetto della democrazia italiana dopo Berlusconi (come sempre sostenuto da Giuliano Ferrara, al solito lucidissimo). Il dopo si prepara prima, non durante. E questo rimane il vulnus di una vicenda che neanche Ionesco avrebbe saputo imbastire così mirabilmente: lo sconfitto al solito è Fini, il cerino in mano è rimasto a lui. Berlusconi al più si prepara al pareggio, Casini ha già vinto. A dimostrazione che il cavaliere porta male a tutti tranne che a se stesso: non era stato lui ad indicare in Fini il suo successore appena, quante ore fa? 84, 72, 60? Un po’ come quando disse, dall’unica carica incompatibile coi suoi monopoli, quella di presidente del Milan (ancora Ionesco non avrebbe saputo scrivere meglio di Frattini una commedia tanto assurda): Nesta? Non lo compreremo mai!!! Coi chiari di luna che corrono sarebbe uno schiaffo alle difficoltà degli italiani (già all’epoca)! Gilardino? Stessa solfa: figurarsi se il buon Bondi, Enrico, quello buono, quello di Parmalat, ne avrebbe permesso la cessione a qualcun altro non fosse il suo datore di lavoro di fatto. Oggi Fini è sepolto: dai colonnelli sfiduciati nel suo partito, dal suo mentore virtuale, dalla piega che ha preso la situazione. E questo è il vulnus. 

Sbaglia pertanto l’Unione a prendersela con Casini, che fa il suo gioco come il gioco politico gli permette, e piazza un colpo che sarà difficile smontare. Diverso è il giudizio di merito dell’azione dei centristi dell’UDC, quelli presentabili.

Il rosario triste della loro presenza al governo ha concorso a demolire lo stato di diritto in Italia, quel poco che sopravviveva: delegittimazione e sottofinanziamento del sistema giudiziario (negli uffici manca anche la carta per fotocopiare i fascicoli, per chi non lo sapesse), impunità per Berlusconi rilevata perfino da Adinolfi, salvapreviti ad ottobre per la serie 31 libera tutti (poi ci diranno che loro sono per la sicurezza dei cittadini onesti, la certezza della pena prima di tutto! Ionesco comincia a piegarsi stramazzato dai colpi della realtà che supera ogni sua immaginazione teatrale).

Ha sfregiato la Costituzione della Repubblica, scritta dal fior fiore della cultura politica e costituzionale italiana in due anni, tra il ’46 ed il ’47. Riscritta (si fa per dire) da quattro dementi, scalzacani in malafede, in meno d’una settimana, al solito sotto ricatto dei separatisti della Lega di Bossi e di governo: non per intima convinzione (poi ci diranno che loro sono per la Patria una e indivisibile, per l’Italia solidale e la sussidiarietà, ovviamente per la tutela dell’istituto della famiglia, ma un po’ di più se risiede a nord della linea gotica).

Ha avallato tutti i condoni vergogna di questa maggioranza, il più vergognoso dei quali è la legge pro-riciclaggio definita dal genio della lampada, il divo Giulio, scudo fiscale: paghi il 2,5% e regolarizzi tutta l’evasione fiscale, l’esportazione illegale di capitali all’estero, tutti i denari da tratta delle puttane, pedaggi per gli scafisti da sbarco, narcotraffico, commercio d’armi, racket, estorsioni e chi più ne ha più ne metta (poi ci diranno che loro sono cattolici a difesa del valore inviolabile della vita; forse della vita del senator Ruini* in quanto basso ventre, in concorrenza con l’altro cattolico rinato Mastella): alla faccia di chi le tasse non può evaderle e non si avventura sul sentiero del crimine organizzato, lucrando sulla disperazione altrui. 

Mi spiace per le anime nobili che votano UDC come Francesco: non ci si può turare il naso e dire io non lo sapevo. Chi non sa non vuol sapere, chi non vede non vuol vedere, chi non sente non vuol sentire. Da un grande male non verrà fuori un grande bene, anche perché Casini non è madre Teresa e gli UDC non si sono formati ai foyer de charité. Dai frutti si giudicano gli alberi, cita il vangelo della Verità (Mt 7.16). Da un grande male possono venir fuori solo altri casini: nomen omen, per l’appunto.

*Eugenio Scalfari oggi m’ha rubato la battuta su Ruini. Devo preoccuparmi?




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29 settembre 2005

2005 A.M. (avanti Marini)

Prima di Marini altri avevano temuto il colpo di coda, pur non essendo professionisti della politica: “Ma questo epilogo triste e biascicato della parabola berlusconiana non rincuora né promette alcunché di buono. L’uomo da sconfitto è ringhioso e disperato. A buon intenditor.... Ora Adinolfi nell’esercizio in cui si cimenta più spesso, la previsione di scenario (a volte ci prende altre no, come tutti), sottovaluta un piccolo particolare: il culo di Prodi. 

In un caso, la forza della disperazione della dissolta maggioranza vigente, imposto per legge il premio elettorale di minoranza, impedirebbe a qualsiasi coalizione bipolare di governare decentemente con numeri autosufficienti. Centralizzando ancor più la politica italiana, qualora ve ne fosse bisogno, alla faccia di ogni ispirazione correttamente e ragionevolmente municipalista: i partiti designerebbero tutti gli eletti prima del voto, gli elettori dovrebbero inghiottire qualsiasi candidatura in lista bloccata, (come succede oggi ma solo per il 25% dei seggi assegnati dai listini in quota proporzionale). Lo scenario della grosse coalition sembra essere, in questa chiave, la vera posta in palio: proprio come in Germania (se così non fosse l’ultrà centrista Mastella, perdendo peso e spazio d’interdizione, non smadonnerebbe). Corollario necessario quanto implicito: l’abbandono della politica da parte del cavaliere con macchie indelebili e la paura fottuta che gli tolgano Mediaset (cioè si approvi una legge liberale sulla concorrenza nel mercato pubblicitario e preoccupata di regolamentare più equamente occupazione di e canone di occupazione di frequenze di proprietà dello Stato: Mediaset oggi paga due soldi di cacio e qualche premio in gettoni d’oro).

Conseguenza: l’addio al bipolarismo, votato a furor di popolo referendario tra il ’91 ed il ’93, otterrebbe l’effetto di tagliare le ali (a destra, a sinistra ed a centro) e avvierebbe il processo suggerito da Antony Giddens, il consigliere politico di Tony Blair, secondo una via tutta italiana. Ergo si ricostituirebbe il centro che si candiderebbe (a riforme a regime e fondamentali economici sotto controllo) in alternativa alla sinistra libertaria radical/lib-laburista. Questo scenario immagino (ma non so) sia quello preferito dal senator Ruini prima di essere gentilmente dimissionato da Benedetto XVI per raggiunti limiti di età. Ma anche dai cosiddetti poteri forti, che desiderano stabilità e mani libere. Sarebbe anche buona cosa in fondo. Se fossimo tedeschi. 

Ipotesi peggiore: il filotto di fine legislatura condurrà all’approvazione di legge elettorale, legge salvapreviti e controriforma costituzionale. Tutte leggi che portano il sigillo dei democristiani presentabili dell'UDC. E come noto costituiscono la priorità nell'agenda del Paese, in questo frangente in cui anche il Quirinale taglia i costi della Presidenza della Repubblica per i prossinmi 3 anni.

Nel caso non improbabile che la proposta di legge proporzional-sovietica affondi in Parlamento (continuo a scriverlo con la lettera maiuscola, da dossettiano non pentito) bisognerebbe chiedere a Francesco Rutelli perché ha fatto il casino che ha fatto sul 25% di quota proporzionale, lasciando ai Socialisti Democratici di Boselli l’onere di sbrigarsela alla meno peggio. Su quest’inezia Fioroni sabato a Caramanico ha taciuto come la scimmietta con le mani in faccia: non vedo, non sento, non parlo. Questo scenario immagino (ma non so) sia quello detestato e fieramente avversato dal senator Ruini che, gentilmente dimissionato da Benedetto XVI per raggiunti limiti di età, lascerebbe il suo incarico di presidente della Conferenza Episcopale Italiana e l’autoattribuito ruolo di player politico non eletto, con disdoro e riprovazione della gerarchia ecclesiale tutta. I poteri forti, che desiderano stabilità e mani libere, si acconcerebbero a contenere il Professore facendo buon viso a cattivo gioco. Amen e così sia. Il culo di Prodi ci salvi, ora e sempre. E con questo vi ho pure detto per chi voto e con quanta convinzione farò votare il Professore alle primarie (se non dovesse essere chiaro di per sè).
 

P.s.: caro Mario perché non lavoriamo ad una proposta per il sostegno ai nuovi-media nello scenario della convergenza, da consegnare al bloggher Gentiloni quale futuro presidente della Vigilanza ed esperto dell’Unione, come ventilato a Caramanico? Non pensi che dal basso, senza grandi interessi da difendere, si possa metter su qualcosa di buono per ampliare l’area dell’informazione e spazio agibile ad autori indipendenti? Non è questa politica con la P maiuscola? O dobbiamo sempre fasciarci la testa, ben piazzati in vetrina, in attesa di qualcuno che ci scongeli e ci scelga magari per qualche collegio sicuro od un posto in listino prossimo venturo?




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26 settembre 2005

Governare. Come?

Proverò a mettere in fila alcune sensazioni provate durante le sessioni di Caramanico. Le stesse cose le avrei dette sabato se l’ultima sessione non si fosse persa in un prolungato cincischiare a centrocampo (non a controcampo ...e non in diagonale). Perdonerà pertanto il lettore il tono di questo post, molto programmatico e sufficientemente schematico. Un contributo alle attese che ho sentito emergere da molti interventi. 

Il primo sollievo respira dalla parsimonia quasi oscurante con cui si sono spese tre parole, che non sono sole, cuore e amore ma centro, moderati, identità. Confesso i miei limiti semantici ma sono categorie il cui significato mi è progressivamente più oscuro. Solo a sentir evocare l’identità in forma aggettivata mi viene l’orticaria: leggo tentata truffa per circonvenzione e plagio, traduco sotto la specie conformismo. 

Questo buon viatico mi avrebbe portato a proporre due questioni, che fanno la qualità del governo dei processi politici (a mio parere):

Sud
e percezione della politica nel tempo reale dilatato come lo classifica, se la memoria non mi tradisce, Derrick De Kerckhove, incrociando le dinamiche del tempo reale istantaneo con l’espandersi dello spazio agibile (conseguente alla riduzione della percezione delle distanze fisiche: più realtà in interconnessione che amplificano l’idea di raggiungibilità di un altro luogo o di un luogo altro).

Certamente le avrei esposte peggio di come posso fare ora, con calma, dando peso alle parole, scritte.
 

Sud.
Sud ...nui simm' 'ro Sud e simm' curt' e nir'/ nui si buon' pe' magna' e faticamm' a fatica'.... come in una vecchia canzone di Pietra Montecorvino tratta dall’ipoboreo “F.F.S.S” (1983). La vexata quaestio meridionale oggi si pone in termini di radicale lotta alla passivizzazione sociale, quella del modello demitiano per intenderci (capito Iannamorè?). Non si può imporre un modello, che pur produce consenso, ed insieme il suo contrario, riformatore. Né il modello è emendabile, in quanto presuppone un rigidissimo sistema di cooptazione gerarchica: cioè un impoverimento della base di selezione di personale politico o tecnico e la connessa infallibilità delle scelte, nelle more di un quadro pressoché immutabile. Emendare il modello significa condannarlo all’autodistruzione.

Io credo che questa partita vada giocata oltre gli steccati partitici, intrecciandovi la cultura veterotestamentaria degli eroi normali, dei giusti, che superano divisioni artificiose per contribuire al bene comune. Il modello è infatti dominante, cioè compartecipato da tutti gli attori politici e forse il solo Vendola sta provando a forzarlo. Ma occorre essere prudenti e capire come il mix tra innovazione politica e realtà partitica funzioni e cosa produca. Per il momento mi fermo qui e magari, se la cosa può interessare, ci torneremo.
 

Spazio & tempo. Credo ne abbia parlato correttamente Enrico Borghi. Due sono le traiettorie più insidiose da governare.

La prima è imparare a reinventare lo spazio. Ne abbiamo discusso, trovandoci d’accordo, con Alessandro Pegoraro. La tecnologia offre all’Italia la possibilità di riappropriarsi di spazi marginali alla grande urbanizzazione metropolitana che, restituiti a funzione produttiva secondo un’organizzazione virtuale dei carichi di lavoro, consentirebbe di innalzare qualità della vita e densità del lavoro. Nell’epoca del tempo liberato dal lavoro mi pare una sfida interessante, capace di ricostruire socialità in tanti comuni minori dotati di eccellente territorio, ottima salubrità e piccoli centri storici di pregio.

Vanno riprogettati i servizi a rete e migliorata l’accessibilità, diminuendo il valore d’uso della prima casa e quindi la quota di reddito assorbita allo scopo alle giovani coppie: ma questo è un patrimonio tutto italiano. Ci sono due politici tra i più interessanti che ne hanno fatto una bandiera. Ermete Realacci, che non ha bisogno di presentazione, ed Italo Bocchino di AN sono primi firmatari di una legge negletta nella sua importanza dal Parlamento in carica. Dovremmo sostenerli e contribuire anche al miglioramento dell’impianto normativo, ponendo il connesso nodo del valore della proprietà fondiaria ed immobiliare rinveniente da una certa impostazione, a mio parere vecchia, della legislazione urbanistica (ma questo sarebbe veramente rivoluzionario e pertanto lo dico a mezza bocca).

La seconda è più sottile, la prendo a prestito da un teologo conciliare, p. Carlo Molari, che sostiene l’identità tra tempo e persona in una dimensione d’eternità chiusa nell’istante. Non il presentismo schiacciato del sistema mediale ma il tempo sospeso, escatologico, come lo ha interpretato tra gli altri Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano che cospirò contro Hitler e fu vittima del nazismo a pochi giorni dalla caduta del regime, per vendetta.

Questa sospensione si nutre di uno sguardo di compassione e di misericordia per la città contemporanea, come l’ha magnificamente descritto Carlo Maria Martini in un suo testo del 1993, non a caso nel pieno divampare di Mani Pulite, meditando il profeta Geremia:
Una voce profetica nella città. In questo sguardo, indispensabile alla politica contemporanea non per imporre primati ma per recuperare ruolo e dignità, non vi è un ergersi al di sopra ma un piegarsi al di sotto nell’atto di servire. Non per vanità ma per umiltà, in spirito di carità nè pelosa nè pomposa, nascosta ed operosa. Credo ad occhio sia la sfida più difficile, al di la delle buone intenzioni.

Ritengo queste due traiettorie inaccessibili alle generazioni di mezzo, che hanno consumato più di quanto hanno costruito per il Paese e per l’orizzonte europeo. Ma siano più vicine di quanto si immagini a generazioni che non hanno vissuto l’agonia dei partiti ideologici e non sono estranee alla modernità, pur liquida, pur problematica.




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25 settembre 2005

Innovare


 
Se c`è pertanto qualche […] conforto derivante dalla carità, se c`è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l`unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri.

Filippesi  2, Conservare l' unità nell' umiltà


P.s.: saluto tutti i partecipanti che non ho avuto modo di avvicinare di persona al momento della partenza.




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25 settembre 2005

I Capi

Rossi
©

Il made in Italy che non piace.


Al Cavaliere.




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24 settembre 2005

Emozionare. Come?

Caramanico '05

Domani dirò la mia.




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23 settembre 2005

Ipse dixit

Quanto è lungo il viale del Tremonti ho provato a raccontarlo ieri, poco meno di ventiquattro ore fa, secondo logica. Hood Robin, facente funzioni di ministro plenipotenziario dell’Economia fino all’impatto elettorale prossimo venturo, il divo Giulio, ha ripreso il timone (sic!) della finanza pubblica italiana.
Come andrà l’ha sardonicamente anticipato l’elefantino ancora ieri ad otto e mezzo su La7. Ed io posso solo limitarmi a riprendere una sua icastica battuta (su Berlusconi) di diversi mesi fa: non so quando finirà ma so che è finita!




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22 settembre 2005

Hood Robin, facente funzioni

80 mld di euro, pari al 7% del PIL nazionale, è passato di tasca dai ceti medio-bassi alla upper class italiana negli anni più recenti, secondo i calcoli citati dal segretario della UIL Luigi Angeletti a Ballarò. Questo è il dato e questa la sensazione diffusa nella popolazione. Il governo di centro-destra ha compiuto la sua missione, similmente a tutti i governi di destra del mondo. Il fulcro di questo passaggio di ingentissime risorse finanziarie da molti ceti a pochi altri è stata la speculazione finanziaria. In Italia ne hanno beneficiato in particolare gli ex-monopolisti coinvolti nelle privatizzazioni (le utilities) e le aziende protette da legislazioni compiacenti di matrice oligopolistica, ad esempio il sistema televisivo privato ri-blindato dalla Gasparri (negli USA il blocco industriale militare).

Tremonti, quello che aveva promesso zac zac!! la fine dell’Irap nei primi 100 giorni di governo Berlusconi (naturalmente chez Vespa), ci ha spiegato, sempre dalla tribuna di Ballarò, che si stava meglio quando si stava peggio:

1. il sistema industriale ingrassava sulle svalutazioni competitive, a spese dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti verso l’estero;

2. il ceto medio ingrassava sull’inflazione, che tornava nei portafogli via debito pubblico in quota remunerazione del finanziamento del medesimo debito pubblico (tassi d’interesse per ottenere dai risparmiatori i soldi per mandare avanti la baracca, via Bot, Cct, etc etc): vale a dire che quelle famiglie ingrassavano a danno dei propri figli, cioè delle generazioni successive...

Q
uesti i meriti di un sistema che rispecchia fedelmente la furbizia trogloditica della destra italiana, incapace di misurarsi con la realtà, più ancora con il futuro, come sono stati raccontati dal tributarista di Sondrio, campione di sfondonismo: lo stesso che in tre anni di responsabilità alla guida del superministero dell’Economia, con delega in bianco dal socio forte della coalizione, la Lega di Bossi e di governo, non ha mai rispettato una previsione una di bilancio (si accettano scommesse)!

Mister buco continuo torna a dare lezioncine saccenti. Hood Robin deve parlare d’altro nella speranza che nessuno intenda. Ora, essendo noto urbi et orbi che l’anatra zoppa della coalizione, il miliardario bollito, non capisce una mazza di conti pubblici, è verosimile pensare che il facente funzioni di ministro dell’Economia torni ad essere il divo Giulio. E che le dimissioni di Siniscalco suonino come il più pecoreccio degli insulti dell’Abbatantuono eccezziunaleveramente indirizzato alla Dama delle libertà: uno scfilatino per la signora?!? Ma questo epilogo triste e biascicato della parabola berlusconiana non rincuora né promette alcunché di buono. L’uomo da sconfitto è ringhioso e disperato. A buon intenditor…




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20 settembre 2005

Il piastrellista di Sassuolo

Il sabato precedente il referendum sulla procreazione assistita inoltrai al mio vescovo una lettera privata, riportata parzialmente più sotto, spiegando perché avrei votato. Ci siamo rivisti recentemente con la solita grande cordialità.

In quella comunicazione elencai o anticipai alcuni elementi che, mutatis mutandis, possono ben essere applicati alla prevedibile incursione del piastrellista di Sassuolo, don Camillo Ruini, in ordine alla questione sui PACS: che prefigura non più un rispettabile richiamo pastorale ma una vera e propria invasione di campo nella politica italiana. Per di più con il solito strabismo stigmatizzato da 
laici e cattolici.

Parla di famiglia e dimentica che il più fiero ostacolo alla costituzione di forti nuclei familiari è la crescente precarizzazione delle relazioni sociali, derivante dal modello economico dominante. Confonde maliziosamente PACS con matrimoni gay e non si accorge che piuttosto che piantare bandiere ideologiche dovrebbe curare meglio e di più la formazione di sacerdoti e catechisti, non brandendo argomenti come clave ma usando sapienza (se ne potesse disporre), non a parole ma coi fatti e nella verità.


Il piastrellista di Sassuolo, che a molti appare intelligentissimo e finissimo, in realtà è un mediocre politico ed un pessimo cattolico. Incapace di guardare al mondo col rispetto che il mondo merita, l’alterità necessita e Cristo insegna. Non per confondersi e confondere, ma per accogliere ed amare, secondo compassione: passione con e per l'uomo contemporaneo.


"Con malizia, le confesso, trovo che la posta in gioco non sembra essere quella sollevata dalla CEI, ma piuttosto il timore della Chiesa Italiana di perdere peso nel gioco politico. Credo per il sovrapporsi di preoccupazioni interne (l’interminabile transizione italiana, infartuata dalla crisi aperta dal salutare crollo del socialismo realizzato dell’89) ed internazionale (lo spauracchio zapaterista). Sul secondo aspetto, il fenomeno Zapatero (che peraltro a me personalmente non disturba), mi dispiace notare come la Chiesa spagnola non si interroghi sufficientemente sul verticale calo di popolarità tra i giovani compresi tra i 15 ed i 25 anni (solo il 10% ritiene il messaggio del clero spagnolo autorevole) in quella che, una volta, veniva considerata la cassaforte del cattolicesimo europeo, insieme od appena distanziata da quell’altra italiana. Analoga osservazione può essere fatta per l’esperienza nazionale, sebbene rilevando una vitalità dei movimenti ben più salda e penetrante: tuttavia questa realtà non necessariamente può considerarsi a cuor leggero, magari nascondendo il distacco crescente dalla linea proposta dal magistero ufficiale da parte di aree sempre più vaste di fedeli laici.


Mi pare questo l'errore grossolano della linea incardinata dal presidente Ruini, che avrà verosimilmente l'effetto sgradito e sgradevole di radicalizzare la separazione tra cattolici e laici, reclutando alla causa referendaria gli occasionali opportunismi elettoralistici degli atei devoti, senza portare nulla alle argomentazioni che si intenderebbe difendere. Mi pare una scelta avventurista che annuncia una levigata new age cristiana. Non spostando di un millimetro i temi, seri, che vorrebbe proporre all'attenzione generale: vale a dire la difesa del non nato e la sua dignità di soggetto di diritto, su cui credo anche un laico potrebbe, dovrebbe trovarsi d’accordo. Il referendum poteva essere il banco di prova di questo confronto, sulla base di argomentazioni etiche di altissimo profilo. Ma mai da agitare come una clava, sostituendo al crocifisso un bastone o peggio la coartazione clericale con i ben noti strumenti di pressione finora adoperati. Qui si intravvede un pregiudizio confessionale che va sotto il titolo di “Teoria dell’economia religiosa”, sulla quale non mi dilungo e che lei conosce meglio di me, con la quale si propugnerebbe che la forza dell’identità possa sostituire il dono della fede.

L’esito prevedibile è che si rinuncia, fino a scacciarla, alla fiducia nell’azione dello Spirito Santo e nella potenza lieve, discreta, della Parola di Dio, per sostituirvi dinamiche tutte umane, vagamente fondamentaliste. Col risultato di pervenire per l’appunto ad una sorta di new age cristiana: credere senza appartenere o il suo contrario, appartenere senza credere. La religione civile cara all’ex-liberale e (pessimo) presidente del Senato in carica, il filosofo (?) Marcello Pera. Un surrogato tiepido che non qualifica, ma questa come le altre è solo una mia discutibilissima opinione, la presenza cristiana nella società plurale post-moderna: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15 All’Angelo della Chiesa di Laodicèa).


Nel merito.
Qualora mancasse il quorum, l’effetto politico e giuridico sarebbe nullo. Il non ottenimento del quorum non implicherebbe l’immodificabilità successiva della legge, molto discutibile per non dire barbara ad esempio sul punto dell’obbligo di reimpianto dell’embrione in presenza di madre dissenziente: o la procreazione è un atto d’amore o non è. Se non lo è non c’è divieto o diritto dell'ovulo fecondato che tenga: può prevalere il diritto negativo della madre, che qualcosa in più dell’embrione senz’altro lo è. Né soccorre il riferimento ad un ordinamento gerarchicamente inferiore, le linee guida, sull’applicazione testuale della legge.


Non ritengo peraltro che l'obiezione che propongo dipenda dal risultato referendario. Quella CEI è una linea revanscista. Che conduce la Chiesa Italiana verso una trincea in cui non dovrebbe trovarsi, rendendo un cattivo servizio ai temi che ha illustrato bene Francesco Rutelli durante la lunga conferenza stampa astensionista, e lo stesso cardinale Camillo Ruini prima di lui
ed in ripetute occasioni. Sebbene drammatizzandoli, a mio fallibilissimo parere.


Parimenti con l’indicazione referendaria, vincente o perdente che fosse, la legge tornerebbe in ogni caso nella sede del potere legislativo, il Parlamento, per essere modificata, e quindi potrebbe avvalersi di un censimento reale delle opinioni prevalenti nell’elettorato cattolico ed in quello, altro, sensibile all’avanzamento della cosiddetta questione antropologica, come pur correttamente la individua il medesimo cardinale Ruini. Ma si potrebbero citare i casi
precedenti di Hans Jonas e di Fritjof Capra, o di Gregory Bateson, per non parlare di p. Ernesto Balducci, che sul punto hanno proposto sintesi affatto convincenti. La cosa che lascia perplessi, nell'analisi dominante nella Chiesa attuale, è che si pretenderebbe di sostituire la logica mercantile che domina tutta la nostra esistenza di cristiani occidentali, dal grembo materno alla bara, solo sul piano della ricerca biomedica, dimenticando che è precisamente questo il paradigma su cui si basa il peggior mercantilismo (non scientismo), che scivola nel catalogo di oggi e di domani: vale a dire l’ignorante (perché non v’è certezza del risultato e difficilmente potrà esservi anche domani, come ha per una volta brillantemente argomentato Vittorio Feltri su Libero) predeterminazione dei caratteri genetici del nascituro sotto le categorie ariane, alto, bello, biondo e sano, magari con gli occhi azzurri.
Inclinazione non solo stupida ma anche intrisa di quello spirito del tempo in cui l'unico motore delle azioni è il desiderio senza responsabilità, nella declinazione fornita da Hannah Arendt.


Confortante appare da questo punto di vista il richiamo di Benedetto XVI, comunicato a braccio  nell’udienza generale di mercoledì 1’ giugno:

«Il potere, la ricchezza, il prestigio non sono i valori superiori della nostra vita, perciò dobbiamo aprire il nostro cuore, portare con l’altro il peso della nostra vita e aprirci al Padre con obbedienza e fiducia, per essere liberi». Così, interrompendo la lettura del testo ufficiale per spiegare il senso delle sue parole, Benedetto XVI a commento della Lettera di San Paolo ai Filippesi sul tema “Cristo servo di Dio”. Un inno cristologico breve ma denso, ove si delinea la paradossale spogliazione del Verbo divino, che depone la sua gloria ed assume la condizione umana. Cristo incarnato e umiliato nella morte più infame, quella della crocefissione, è proposto come un modello vitale per il cristiano, che deve assumere quei sentimenti di umiltà e donazione, di distacco e generosità che furono in Cristo Gesù. Ma non c’è espressione di potere, grandezza, nella natura divina di Gesù, ha spiegato il Santo Padre: «Cristo non usa il suo essere pari a Dio, la sua dignità gloriosa e la sua potenza come strumento di trionfo, segno di distanza, espressione di schiacciante supremazia. Anzi, egli spogliò, svuotò se stesso, immergendosi senza riserve nella misera e debole condizione umana».

«
Egli è veramente il Dio con noi, il Dio che non si accontenta di guardarci con occhio benigno dal trono della sua gloria, ma si immerge personalmente nella storia umana, divenendo carne, ossia realtà fragile, condizionata dal tempo e dallo spazio. E questa condivisione conduce Gesù fino a quella frontiera “segno” della “finitezza e caducità” umane, “la morte”. Morte di Cristo che non è frutto di un meccanismo oscuro o di una cieca fatalità, ma  è scelta di obbedienza al disegno di salvezza del Padre».


Anche qui senza fondamentalismi, senza imporre stili di vita ma proponendoli alla maniera delle comunità cristiane delle origini descritte nella lettera “A Diogneto”, che venne richiamata proprio dal Cardinale Ratzinger nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica il 24 novembre 2002. O negli Orientamenti pastorali CEI per il primo decennio del Duemila: Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, del 29 giugno 2001. Essere sale, essere lievito della Terra, non legionari di Cristo militarizzati ed ignari, magari un po’ superstiziosi in quanto a devozionismo. Peraltro difficilmente accoglibile appare, anche al cristiano impegnato nella vita politica, applicare alcuni punti delle raccomandazioni che il magistero attuale sembra propugnare. A titolo di esempio quando si afferma che: “Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale”. Nello Stato laico si introdurrebbero surrettiziamente vincoli morali che saranno pur ritenuti degni del miglior relativismo etico, ma collidono con la cura del prossimo che prescinde dalle scelte sessuali, dalla forma del vincolo che unisce due persone, ancorché dello stesso sesso. Pur ascrivendomi tra i cultori della bellezza femminile senza se e senza ma, mi pare politicamente cristiano fornire tutela giuridica, evidentemente senza avallare l’assoluta equiparazione semantica e di diritti all’unione matrimoniale civile, anche ad opzioni etiche, sessuali ed estetiche diverse dalle mie.


Sul piano bioetico, per quello che posso capire, siamo alla vigilia di un salto evoluzionistico. I parametri noti sono messi in crisi e mi rendo conto che la cosa induce paure insopprimibili. In questi casi la prudenza è una virtù. Per certi aspetti non è nemmeno un argomento nuovo: nuovo è che diventi materia di confronto aperto e di massa. Ma questo dettaglio, sebbene contrastato dalla linea astensionista, non appare in alcun aspetto negativo, tuttaltro. La funzione della Chiesa nell'innalzare barriere non è, in questo senso, oscurantista. Semplicemente si occupa di indicare certi limiti che è saggio non oltrepassare. Beninteso in un dinamismo vorticoso, velocissimo, che nessun referendum arresterà. Serve di certo un equilibrio nuovo, una sorta di contratto etico. Ma anche un barlume di fiducia nella capacità di discernimento media, delle persone normali. Senza abiure spaventose né salti prometeici. Cum grano salis (Mt. 5.13, Mc 9.50, Lc 14.34-35).

P.s.: 
so bene che la lettura della Nota dottrinale del 2002 prescrive dei limiti all’interpretazione esigenti e pressoché invalicabili. Sono altresì persuaso che, in aree come quella appena appena sbozzata (ove gli orientamenti del magistero non siano fissati tassativamente e non chiamino in causa prerogative iperuraniche, come la dogmatica infallibilità papale) la coscienza personale costituisca un tribunale ben più severo di qualsiasi pur autorevole richiamo gerarchico. In quanto all’infallibilità, personalmente mi è sufficiente la santità del pontefice, pur nell’errore umano: “Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10).




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17 settembre 2005

La nuova politica

11 Il ritorno dell'uomo solidale.

 

D'altra parte, la scena non è vuota. Sotto traccia, invisibile o appena percepibile in filigrana sotto la superficie compatta delle merci, una sottile ma fitta e diffusa trama di atomi positivi è da tempo in azione. In forma confusa, frammentata, polifonica -mai lineare, piu spesso sincretica e reticolare-, essi esprimono un bisogno tenace di resistenza alla furia del dileguare del movimento economico e alla potenza astrattizzante del denaro. Tentano faticosamente di tenere assieme quello che la violenza tecnica e sradicante dei flussi globali e del «produrre per competere» lacera e sconvolge. Annodano fili, consapevoli del «valore di legame», laddove tutto sembrerebbe spingere verso la rescissione dei vincoli e lo spaesamento come condizione di efficienza e rapidità.

Contrariamente alla figura sociale che l'ha preceduto nella lunga biografia dell'identità ribelle -al militante novecentesco-, questo nuovo «attore» non si sente parte di un esercito. Non ha ne un'uniforme ne una bandiera (o forse ne ha tante, troppe per identificarsene pienamente). Non è, appunto, un soldato. E piuttosto, nel senso più proprio, un «civile». Ne di quello possiede d'altra parte la forza -la capacità di emanare quella sensazione straordinaria di potenza che derivava in buona misura dal rapporto con le energie telluriche del lavoro, e che comunicava ad alleati e avversari la stessa impressione d'irresistibile implacabilità, ferrea determinazione, rocciosa fermezza. Al contrario sembra fare della debolezza la propria sottile risorsa, sfuggendo a ogni confronto frontale, a ogni conflitto di potenza con un avversario che, su quel terreno, gli sarebbe sempre e comunque incomparabilmente superiore. Più che col gigantesco Gu1liver, dal corpo pesante e distruttivo, è dunque con i minuscoli (ma numerosi e mobili) lillipuziani che s'identifica, praticando una saggezza che all'homo faber era sconosciuta.


Per questo non assomiglia a nessun'altra figura politica che l'ha preceduto; ricorda piuttosto quella particolare e indefinibile categoria di persone che in The Invisible Writing è colta all'opera -in uno dei momenti più oscuri della vicenda sovietica, all'inizio degli anni Trenta- tra le macerie e gli orrori, silenziosa e fattiva, sobria e distante dai furori ideologici e dalle meschinità burocratiche della politica e del potere. Individui, animati esclusivamente dal proprio personale senso di responsabilità, ma indispensabili per tenere insieme le cose. «Creavano intorno a se degli isolotti di
ordine e dignità in un oceano di caos e incongruenze, -si legge di loro-. In qualunque campo lavorassero, la loro influenza si comunicava intorno ad esse. E l'insieme di queste piccole isole umane a mantenere la coesione della struttura ed evitarne la disintegrazione»[1]; e in ciò appaiono per certi aspetti riconducibili metaforicamente ai «trentasei uomini giusti» di cui la leggenda talmudica dice che «non sono distinti da nessun rango ne carica. Non li si può riconoscere, non rivelano mai il loro segreto, forse non ne sono neanche consapevoli; eppure sono loro che, di generazione in generazione, giustificano la nostra esistenza e che ogni giorno salvano il mondo daccapo[2]. Senza la loro attività silenziosa, «il genere umano non sarebbe durato un giorno, sarebbe annegato nei suoi errori».

Si può aggiungere ancora che questa, per molti aspetti inedita, figura d'irregolare, a differenza del proprio predecessore, non sembra possedere neppure una dottrina. Un sapere organico e predittivo, su cui definire il proprio Che fare? In compenso pare aver elaborato una certa, informale, capacità di lettura e di memoria del passato. Non conosce la via d'uscita dal labirinto, ma sembra ricordare bene dietro quali angoli si nasconda il Minotauro. Sa cosa non si può più fare. Sa, in primo luogo, che la scissione tra ragione e passione, tra razionalità ed emotività, tra «razionalizzazione» e
«soggettivazione» che ha attraversato tutta la vicenda del movimento operaio organizzato novecentesco, non è più riproponibile. Intuisce, per lo meno, quanto sia rovinoso il sistematico sacrificio del secondo termine al primo, che ne è stato pratica consueta: la consapevole riduzione della sfera del sentire (dei sentimenti), delle interrelazioni «calde», emotivamente sostenute, in nome dell'efficacia dell'agire, del concatenamento razionale degli uomini e delle opere, della prevedibilità e pianificabilità dell'azione politica come si fa, appunto, nelle strutture orientate a una logica mit-machinell.


Lo intuisce per averlo osservato, sia pure da lontano, nei risultati rovinosi che ciò ha prodotto: nell'antropologia estenuata rappresasi all'interno dei grandi apparati dell'organizzazione di massa. Ma soprattutto perché nella pratica quotidiana (iper-moderna) di queste nuove figure del lavoro e della ribellione -nei circuiti dell'economia della conoscenza, dell'informazione, della comunicazione e dell'intrattenimento in cui comunque si sono formati e per una parte della propria esistenza operano-, quell'intreccio di emotività e ragione, di corporeità investita e d'immaginazione mobilitata, è in buona misura naturale. Contrariamente al contesto fordista -nel quale la razionalizzazione produttiva chiedeva perentoriamente il sacrificio di sangue della rinuncia esplicita alla soggettività non formalizzabile -qui relazionalità, creatività, passionalità ed emotività sono parte integrante del «capitale sociale» che ognuno si porta dentro (mezzo di produzione immateriale ma non per questo meno indispensabile) e che è chiamato di volta in volta a «investire» per sopravvivere.

Per la stessa ragione, questa nuova figura sa che la ricomposizione è decisiva; che l'uscita dell'Io dalla propria narcisistica autoriflessività e la sua confluenza in un qualche Noi capace di voce, non può essere rinviata. Ma sa anche che ciò non potrà più essere concepito nella forma consueta della reductio ad unum, della riduzione dei molteplici ad unità, ne attraverso la retorica del «soggetto collettivo», ne attraverso l'invenzione di una qualche nuova «macchina» -di un qualche meccanismo oggettivo, di una struttura -capace di realizzare la dissoluzione delle identità singole nella potenza che le trascenda. Il suo modello non è più, appunto, quello della fabbrica, nella quale effettivamente la molteplicità dei mestieri, delle culture sociali, delle identità etniche e linguistiche veniva meccanicamente ricondotta all'unicità del lavoro astratto e all'omogeneità della società salariale. La logica che conosce, nel produrre come nel vivere, è piuttosto la disseminazione, la multiattività, la messa in rete dell'eterogeneità. L'esercizio su cui ha dovuto fondare il principio della propria formazione non è la specializzazione, la definizione di un ruolo stabile, di una collocazione precisa, ma al contrario, quello che Romano Madera ha definito il «sincretismo biografico»: la difficile arte di tenere insieme (e raccattare ai quattro angoli del proprio universo esistenziale) «i tanti spezzoni di tempo, spazio, lavori, esperienze di luoghi e di vite in cui l'esperienza del soggetto è frammentata»[3].

Come tali, quando applicano la propria esperienza al progetto della solidarietà, questi fragili prodotti della metamorfosi del lavoro post-fordista tendono naturalmente a concepire la ricomposizione nella forma del libero gioco tra identità autonome, capaci di mantenere ognuna il proprio tratto identificante. Tendono cioè a praticare una sorta di socialità d'arcipelago, che connette senza fondere, senza tagliare radici, uniformare linguaggi, rifondare ab imis l'impianto della soggettività. Ne, tantomeno, senza pretendere di unificare per via gerarchica e di praticare l'antico ma perverso gioco del ricondurre ciò che è concreto e in basso (periferico e marginale) a ciò che è più astratto e sta più in alto (che è centrale e generale), matrice di tutte le burocrazie.

Se un tratto sembra al contrario caratterizzare tutte le più nuove ed efficaci forme di resistenza e di contrasto agli effetti perversi dell'assolutizzazione dell'economia e della globalizzazione finanziaria, è che esse muovono, per cosi dire, «al livello del suolo». Che si costituiscono dentro le pieghe del territorio -l'elemento più sfidato e insieme più attivo nel quadro della competitività globale. In una parola, che fondano la propria pratica dal basso, per poi identificare singoli momenti, luoghi simbolici, eventi (si pensi a Seattle) in cui rappresentare la propria vocazione globale.

All'estensione e alla rarefazione dei processi che intendono contrastare, non oppongono un modello organizzativo eguale (per dimensioni) e contrario (per potenza): un apparato simile alla «megamacchina» che li opprime, ma piuttosto la propria concretezza e «densità» -il proprio stare nelle cose senza trasformarsi in esse -da proiettare, grazie alla capacità comunicativa, dentro le reti lunghe di comunità globali a geometria variabile. In ciò -in questà contiguità con la materia sociale delle relazioni territoriali, della vita nella sua quotidianità, del sentire e dei linguaggi di ogni giorno- consiste forse il segreto del suo possibile successo: l'opportunità di inventare un fare (gratuito, solidale, cooperativo) non segnato irreparabilmente dal carattere di lavoro. E dunque di immaginare una forma di trasformazione dei rapporti sociali che si realizzi direttamente nei comportamenti e non attraverso la mediazione di macchine, apparati, gesti produttivi. Un modello di «alterità» da vivere e non da edificare, che potrebbe rappresentare, nel riconquistato controllo sugli esiti del proprio operato -nel compimento del passaggio dall'estenuata figura del militante a quella, ancora incerta e vacillante, del Volontario- una delle possibili «uscite di sicurezza» dal Novecento.

Marco Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro.

Einaudi 2001, Gli struzzi n. 526, Isbn 88-06-15620-9


[1] A. Koestler, The Invisible Writing cit. [trad. it. p. 178].
[2] Ibid.
[3] Aldo Bonomi, L'alchimia ribelle, in «Carta», n. 4, 1999.




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