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Diario


20 ottobre 2006

Il corto circuito

VERONA. Di tutto si può rimproverare Joseph Ratzinger, eccetto di non saper parlar chiaro. L'ha fatto anche a Verona, prefigurando una Chiesa italiana punta di lancia, modello esemplare per la riconquista dell'Europa, assediata da quella che ha chiamato «una nuova ondata di illuminismo e di laicismo». L'ha invitata a resistere alla «secolarizzazione interna» che ne mina la combattività, ne incrina le certezze, la induce a dialoghi compromissori e rinunciatari. Il Papa ha accolto sì il desiderio del laicato cattolico di contare di più, il vero tema forte del convegno ecclesiale di Verona, ma non tanto per cooperare alle scelte, quanto per una mobilitazione nella società politica che riesca ad evitare decisioni legislative contrarie ai valori cristiani. La divisione dei compiti è precisa ed evidentissima: al Papa e all'episcopato il ruolo di indicare i princìpi da difendere, ai fedeli quello di operare «con generosità e coraggio» in campo politico.

Il tentativo di rinchiudere l’esperienza umana, dalla creatio ex nihilo alla parusiaentro l’angusto perimetro delle Mura Leonine, di cui papa
Benedetto XVI si fa alfiere e vessillifero, è sommamente ingenuo.

Fin dall’epoca del torvo e gentile guardiano dell’ortodossia cattolica [per tutte valgano le tesi fatte discendere dall’enciclica
Veritatis splendor e, più esplicitamente, espresse nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica , pubblicate il 24 novembre 2002] il cardinale Ratzinger ha imperniato il proprio ufficio sulla scommessa di ricondurre l’esperienza ecclesiale non tanto alla fecondità del Vangelo, quanto al primato di Roma [vicariato di Cristo, in quanto corpo clericale che si traduce in potere d’interdizione temporale]: ipotizzando il corto circuito tra clero e società, ma meglio sarebbe dire il circuito corto tra alto clero e sfera politica, che con un sontuoso giro di parole si vorrebbe autonoma e responsabile purché fedele al pensiero unico vaticano.

Ora, fatta salva la buonafede del papa, che non è in discussione, il problema non è semplicemente di linguaggio, quanto di analisi della contemporaneità. Se è vero che l’Occidente ed in particolare l’Europa hanno costruito le istituzioni del dialogo e della rappresentanza sociale a partire dal confronto serrato tra cultura greca e seme cristiano, è pur vero che è stata spessissimo la chiesa di Roma a seguire, sostanzialmente costretta, alcune linee tracciate dal vituperato spirito laicista, che il pontefice romano boccia oggi senza appello.

Qual è il tema di tale stroncatura? La paura dell’avvenire? Il timore di un uomo scarnificato dalla tecnica? Il calo delle vocazioni, che sguarnisce la vigna e rende più esposta alle scorrerie degli arrampicatori sociali il futuro della persona umana, veicolata da un aereo senza pilota [per usare un’immagine targata Zygmunt Bauman]?

M
i permetto di obiettare che chi, come il sottoscritto, crede all’azione dello Spirito Santo nella storia dell’uomo, non può convenire che l’unica liberazione provenga dalla chiesa. Sottolineo chiesa come mediatrice, non chiesa come corpo mistico, spirituale, orante, capace di promuovere il discernimento individuale e comunitario, il rispetto della diversità, l’abbattimento delle gerarchie strutturate nei sinedrii economici, politici e financo ecclesiastici. Semplicemente perché quell’asserzione è falsa. E tutte le volte che la chiesa s’è arrogata il diritto esclusivo di rappresentare la via unica di salvezza, ha impattato contro la sprezzante arditezza di questo [claustrofobico] giganteggiare di un pensiero dai piedi d’argilla: tutto umano.

Meglio contemplare la Verità di Gesù Cristo dall’umiliante sconfitta della croce, anche quella esito di una congiura di palazzo, di pochi che intesero scacciare l’errore dal tempio[1Cor 15,56], preservando il proprio ruolo pubblico in forza di legge: Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa [Mt 12,7].

Possibilmente con gli occhi ed il silenzio profondo di Maria, colei che estingue il senso di sgomento che s’impadronisce dell’uomo al manifestarsi di Dio quale abisso di umiltà; senza rinunciare al materno senso di straniamento di ogni donna che abbraccia il corpo d’un figlio stravolto dalla sofferenza e dalle sevizie, e senza più alito di vita: Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio [2Cor 5,21].




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