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Diario


4 giugno 2005

Biopolitica

Sdoganato da Francesco Rutelli, Biopolitica entra nel lessico propriamente politico con una dignità che è precedente alla pur eccellente performance di ieri di questo bello guaglione. Provo a confutarne i limiti, convinto come sono che il peggior modo di servire l’idea di uomo e di vita sia questa sorta di new-age cristiana incentrata sul primato della religiosità civile, cara agli atei devoti ed a quanti hanno bisogno di una sottana per pensare e vivere secondo l’etica cattolica. Sono tuttaltro che anticlericale, frequento molti tra sacerdoti, suore e monaci, con cui intreccio discussioni insospettabili a chi si lascia confondere da una certa invadenza gerarchica. Ma non credo che la via breve sia la migliore. La via breve è, per l’appunto, verticale mentre l’incontro con l’altro avviene su di un piano diverso, orizzontale, cristico.

Roberto Esposito, Bíos, Biopolitica e filosofia.
Cap. I, L’enigma della biopolitica

Einaudi, Ottobre 2004 ISBN 88-06-17174-7 € 18,50

2. Già questa individuazione del carattere costitutivo della guerra - non più sfondo o limite, bensì origine e forma della politica- inaugura un orizzonte analitico di cui forse solo oggi possiamo misurare la portata. Ma il richiamo al conflitto delle razze -cui è dedicato il corso di Foucault al Collège de France del 1976- contiene un'altra indicazione che ci riporta direttamente al nostro tema di fondo. Che quel conflitto riguardi popolazioni connotate da un punto di vista etnico rimanda ad un elemento destinato a scardinare in maniera ancora più radicale l' apparato della filosofia politica moderna -vale a dire il bíos, la vita assunta nel suo aspetto, al contempo generale e specifico, di fatto biologico. E' questo l'oggetto -e insieme il soggetto- del conflitto e dunque della politica che esso mette in forma:
"Mi sembra che uno dei fenomeni fondamentali del XIX secolo sia stata ciò che si potrebbe chiamare la presa in carico della vita da parte del potere. Si tratta, per così dire, di una presa di potere sull'uomo in quanto essere vivente, di una sorta di statalizzazione del biologico, o almeno di una tendenza che condurrà verso ciò che si potrebbe chiamare la statalizzazione del biologico" 31.

Questa frase, che apre la lezione del 17 marzo del '76 con una formulazione apparentemente inedita, è in realtà già il punto di arrivo di un percorso di pensiero inaugurato da almeno un biennio. Che la prima utilizzazione del termine, nel lessico di Foucault, risalga effettivamente alla conferenza di Rio del 1974, in cui era detto che «per la società capitalistica è il bio-politico a essere importante prima di tutto, il biologico, il somatico, il corporale. Il corpo è una realtà bio-politica; la medicina è una strategia bio-politica», in fondo non ha molta importanza32.

Quello che conta è che tutti i suoi testi di quegli anni sembrano convergere in una stretta teorica entro la quale ogni segmento discorsivo viene ad assumere un senso non interamente percepibile se analizzato separatamente o al di fuori della semantica biopolitica.

Già in Sorvegliare e punire la crisi del modello classico di sovranità -rappresentata dal declino dei suoi rituali mortiferi- è segnata dall'emergere di un nuovo potere disciplinare rivolto piuttosto alla vita dei soggetti che investe: mentre l'esecuzione capitale per smembramento del condannato ben risponde alla rottura del contratto da parte dell'individuo che si renda colpevole di lesa maestà, a partire da un dato momento anche ogni morte individuale va assunta e interpretata in relazione ad un'esigenza vitale della società nel suo complesso. Ma è nel corso contemporaneo sugli Anormali che il processo di decostruzione del paradigma sovrano -in entrambi i suoi versanti di potere statale e di identità giuridica dei soggetti- tocca il proprio culmine: l'ingresso, e poi la sottile opera di colonizzazione, del sapere medico nell'ambito prima di competenza del diritto determina un vero e proprio passaggio di regime, imperniato non più sull'astrazione dei rapporti giuridici, ma sulla presa in carico della vita nel corpo stesso di coloro che ne sono portatori. Nel momento in cui l'atto criminale non è più addebitabile alla volontà responsabile del soggetto, ma alla sua configurazione psicopatologica, si entra in una zona d'indistinzione tra diritto e medicina al cui fondo si profila una nuova razionalità centrata sulla questione della vita: della sua conservazione, del suo sviluppo, della sua gestione. Naturalmente non bisogna confondere i piani del discorso: tale problematica è stata sempre al centro delle dinamiche sociopolitiche. Ma solo ad un certo punto la sua centralità tocca una simile soglia di consapevolezza. La modernità è il luogo -più che il tempo- di questo transito e di questa svolta. Nel senso che, mentre per un lungo periodo la relazione tra politica e vita si pone in maniera indiretta, mediata da una serie di categorie capaci di filtrarla, o fluidificarla, come una sorta di camera di compensazione, a partire da una certa fase quelle paratie si rompono e la vita entra direttamente nei meccanismi e nei dispositivi del governo degli uomini.

Senza ripercorrere adesso le tappe -dal 'potere pastorale', alla ragion di Stato, ai saperi di 'polizia'- che nella genealogia foucaultiana scandiscono questo processo di governamentalizzazione della vita, restiamo al suo esito più evidente: da un lato tutte le pratiche politiche messe in atto dai governi, o anche da coloro che li contrastano, si rivolgono alla vita -ai suoi processi, ai suoi bi
sogni, alle sue fratture.
Dall'altro la vita entra nel gioco del potere non soltanto dal lato delle sue soglie critiche o delle sue eccezioni patologiche, ma in tutta la sua estensione, articolazione, durata. Da questo punto di vista essa eccede da ogni parte le maglie giuridiche che tentano di ingabbiarla. Ciò non implica, come già si avvertiva, un qualche arretramento, o restringimento, del campo soggetto alla legge. E piuttosto questa a trasferirsi progressivamente dal piano trascendente dei codici e delle sanzioni, che riguardano essenzialmente i soggetti di volontà, a quello, immanente, delle regole e delle norme indirizzate invece soprattutto ai corpi: «Questi meccanismi di potere [...] sono almeno in parte quelli che si sono occupati, a partire dal XVIII secolo, della vita degli uomini, degli uomini come corpi viventi»33.

E il nucleo stesso del regime biopolitico. Esso, più che come una sottrazione della vita alla pressione su di essa esercitata dal diritto, si presenta piuttosto come una consegna del loro rapporto a una dimensione che insieme li determina e li eccede. In tal senso può essere intesa l'espressione, apparentemente contraddittoria, secondo cui «è la vita, molto più del diritto, che è diventata la posta in gioco delle lotte politiche, anche se queste si formulano attraverso affermazioni di diritto»34.

Ciò che è in questione, in definitiva, non è più la distribuzione del potere o la sua subordinazione alla legge, il tipo di regime o il consenso che riscuote -la dialettica che fino ad una certa stagione abbiamo nominato con i termini di libertà, uguaglianza, democrazia o, al contrario, con quelli, di tirannide, imposizione, dominio: ma qualcosa che la precede perché attiene alla sua 'materia prima'. Dietro le dichiarazioni e i silenzi, le mediazioni e i dissidi, che hanno caratterizzato le dinamiche della modernità, l'analisi di Foucault riscopre nel bíos la forza concreta da cui esse si originano e verso cui sono dirette.

31
M. FOUCAULT, 'Il faut difendre fa société', Paris 1997 [trad. it. 'Bisogna difendere fa società', a cura di M. Bertani e A. Fontana, Milano 1998, p. 206].
32 ID., Crisis de un modelo en la medicina? , in Dits et Ecrits, Paris 1994, voI. III [trad. it. Crisi della medicina o crisi dell’antimedicina?, in Archivio Foucault, II. 1971-1977, a cura di A. Dal Lago, Milano 1997, p. 222].
33 ID., La volonté de savoir, Paris 1976 [trad. it. La volontà di sapere, Milano 1978, pp. 79-80].
34 Ibid., p. 128.

P.s.:
spero, con questo post, di non deludere Serafico ;-)




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