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L’insostenibile leggerezza dell'essere

La generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda, tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza.

E’ quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito
Gesù con slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla paura e cade: tradisce il Maestro [cfr Mc 14,66-72].

La scuola della fede non è una marcia trionfale
, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà.

Anche Pietro deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono
. Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli è ormai pronto per la sua missione. In un mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da Gesù risorto.

L’incontro avverrà sulle sponde del lago di Tiberiade. E’ l’
evangelista Giovanni a riferirci il dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto significativo. In greco il verbo “filéo” esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante, mentre il verbo “agapáo” significa l’amore senza riserve, totale ed incondizionato.

Gesù
domanda a Pietro la prima volta: Simone... mi ami tu [agapâs-me]” con questo amore totale e incondizionato [cfr Gv 21,15]? Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo [agapô-se] incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene [filô-se]”, cioè “ti amo del mio povero amore umano”.

Il
Cristo insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi vuoi bene?”.

Simone comprende che a
Gesù basta il suo povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così. Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene [filô-se]”. Verrebbe da dire che Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù! E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà.

Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “
Seguimi”» [cfr Gv 21,19].

                 [Please click]  [Paul Klee, Angelus Novus]


Questa rubrica proporrà o commenterà la pastorale del Pontefice, attraverso i suoi interventi pubblici. Il passo che viene proposto oggi, pronunciato nel corso dell’Udienza del 24 maggio scorso, spiega il titolo attribuito a questa sezione del blog.

Pubblicato il 3/6/2006 alle 10.55 nella rubrica Fileîs-me? [Gv 21,17].

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