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In un altro paese

Un’intervista fatta di domande. Breve come suggeriva il tempo a disposizione del Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso.



Occhi privi di paura e di un’umanità ferita. Forse anche dalla considerazione che il nemico, la mafia, è obliquo, quasi mai si presenta con il proprio volto. Forse ferito anche dalla mia insistenza sulla zona grigia che avvolge e protegge il controstato mafioso: l’enclave politico-affaristica più potente d’Italia. E non solo.

Aveva invocato non politiche repressive, nel presentare il colloquio con
Francesco La Licata: "Pizzini, Veleni e Cicoria. La Mafia prima e dopo Provenzano". Aveva invocato la libertà di scegliere una vita onesta nei mandamenti dominati dalle cosche, e fatto una cifra: basterebbero 800 € al mese. A favore dei giovani lasciati a marcire nella loro esclusione sociale, dal sistema delle cointeressenze mafiose. Precocemente arricchiti ed altrettanto fulmineamente espropriati del diritto ad una vita normale. Fatta di lunario ed occupazioni e gioie ordinarie. Nell’impotenza dello stato, scritto con la lettera minuscola.

Gli chiedevo: come si combatte la mafia in un contesto in cui tutto è scivoloso ed indistinto. Non una separazione visibile ad occhio nudo tra bene e male. Lui il bene, da siciliano. Gli altri il male, da siciliani.

Una scelta di campo netta
, rispondeva. Ed un lento lavorio di ricostruzione delle basi sane della convivenza. Su un piano etico e feriale. Ed io incalzavo. Ma come si agisce nella palude se è vero che il presidente della Regione Sicilia, replicando a Pierluigi Diaco, ammetteva di aver chiesto voti ad Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici della mafia, in occasione della sua prima candidatura all’Assemblea Regionale Siciliana. Difficile pensare che non conoscesse la levatura dell'interlocutore e lo identificasse come un normale imprenditore. Precisavo: non voglio metterle in bocca opinioni mie, non metterla in una situazione di imbarazzo. Ma combattere la mafia con la determinazione della più nitida tradizione antimafia della magistratura siciliana e trovarsi di fronte Totò Cuffaro, presidente della Regione Sicilia [e Diego Cammarata, sindaco di Palermo], indurrebbe chiunque ad un senso di frustrazione e di disillusione. In almeno un elemento chiave: la riconquista ed il controllo del territorio.

Replica accolta malissimo, ma che ne mostrava la lacerazione personale.
Un siciliano contro altri siciliani. Un uomo che ama visceralmente la Sicilia, come tanti di noi che ne hanno calpestato il suolo da visitatori. Ma col marchio dell’infamia, che lo Stato non riesce a debellare, non essendo in grado di controllare il territorio per via delle complicità che lo incrostano. Da simbolo vivente dello Stato che non si arrende.

Ancora una volta una risposta netta ed accorata: qualunque sia la posta in palio, questo il senso, si deve credere in una risposta d’amore. L’amore mette in palio tutto, non si vanta né si abbatte. Quasi un altro inno alla carità. Da un magistrato che non vuol essere supereroe. Occhi piccoli come fessure, pregni di forza, che interrogano il futuro.
Ovvero ciascuno. Perché ciascuno è artefice di futuro e ne porta impresse le stimmate.

Vedrete solo le sequenze. Inspiegabilmente l’audio non si è fissato. Credo sia stata una delle più belle interviste, e tese, che io ricordi di aver raccolto. Non una resa ma una sfida alla ragnatela mortale della
mentalità mafiosa. La mentalità. In un altro paese. Come direbbe Alexander Stille. Perché Piero Grasso è invitato da vivo, e vero, nel giardino dei giusti. Secondo un’antica metafora ebraica.

Pubblicato il 24/7/2007 alle 8.39 nella rubrica moleskine.

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