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Raccontare una storia per salvare gli uomini

Da oggi una nuova rubrica, dedicata alle Lectures, e fin dal titolo della sezione, al mondo descritto con gli occhi di un cieco, Jorge Luis Borges. Ma anche Cronache dei tempi, questa volta citando alcuno tra i libri più importanti dell’Antico Testamento, quello dell’identità fondamentale del popolo esiliato in rapporto al Tempio di Gerusalemme: ovvero, in ebraico e letteralmente, le Parole dei Giorni. Perché non esiste un solo tempo ed il tempo non è il medesimo ad ogni latitudine.

Da sabato prossimo la pubblicazione sarà anticipata alla prima mattinata, in modo di offrire la porzione di giornata da dedicare all’incontro con la
parola scritta, durante il fine settimana. Altre volte sarà proposta un’appendice che non evidenzi un solo frammento riconducendolo al testo integrale, ma proponga integralmente un testo frazionandolo come si usava con le appendici che pubblicarono, a puntate, i romanzi ottocenteschi
.

Si comincia con il discorso di David Grossman al Festival di Berlino.

David Grossman

[ clicca sull'immagine per accedere al testo integrale in inglese ]

Sono nato e cresciuto a Gerusalemme in un quartiere dove la gente non era in grado di pronunciare la parola "Germania". Parlare a un pubblico tedesco è per me un grande onore.

Scrissi
Vedi alla voce: amore per restituire a me stesso, fra le altre cose, la voglia di vivere, l´amore per la vita. E forse anche per guarire dall´offesa che provavo - a nome di Bruno Shulz - per il modo in cui il suo assassinio era stato descritto e «spiegato». Una spiegazione disumana, «di massa». Come se gli esseri umani fossero pedine di scambio, o rotelle di un meccanismo, o accessori che si possono sostituire con altri, o soltanto parte di una statistica.

Negli scritti di Bruno Shulz ogni frammento di realtà ha una propria personalità. Ogni nube passeggera, ogni mobile, ogni manichino di sarto, ogni ciotola di frutta, ogni cagnolino, ogni raggio di sole, ogni oggetto, anche il più banale, possiede una propria individualità, una propria essenza, un proprio carattere. E in ogni sua pagina, in ogni suo brano, esplode la vita, ricca di contenuto e di significato. Una vita che all´improvviso merita questo nome. Un´opera enorme che avviene simultaneamente in tutti i substrati del conscio e dell´inconscio, dell´illusione, del sogno, dell´incubo, dei sensi, dei sentimenti, di un linguaggio ricco di sfumature.

Ogni riga è una ribellione contro ciò che Shulz definisce «il muro fortificato che grava sul significato»; è una protesta contro la desolazione, la banalità, la routine, la stupidità, gli stereotipi, la tirannia del semplicismo, della massa [...]. Quando terminai di leggere il libro di Shulz capii che lui mi dava, con la sua scrittura, una chiave perché io potessi scrivere della Shoah. Non di morte e di sterminio ma della vita, di ciò che i nazisti avevano distrutto meccanicamente, in maniera industrializzata,
di massa.

Ricordo anche che, con l´arroganza del giovane scrittore, dissi a me stesso che volevo scrivere un libro che tremasse sullo scaffale. Che fosse vitale come un battito di ciglia nella vita di un uomo. Non una «vita» tra virgolette che trascorre fiacca, ma una come quella che Shulz ci insegna. Una vita vera, al quadrato, nella quale non dobbiamo accontentarci di non ammazzare il prossimo ma dobbiamo fare in modo che esso viva, così come il momento appena trascorso, le visioni viste, le parole pronunciate migliaia di volte, e te, e me.

* * *

La realtà in cui viviamo oggi non è forse crudele come quella creata dai nazisti ma certi suoi meccanismi hanno leggi di fondo molto simili che offuscano l´individualità dell´uomo e lo portano a rifiutare obblighi e responsabilità verso il destino degli altri. E una realtà sempre più dominata dall´aggressività, dall´estraneità, dall´incitamento all´odio e alla paura; dove il fanatismo e il fondamentalismo sembrano farsi più forti ogni giorno mentre altre forze perdono la speranza di un cambiamento.

I valori e gli orizzonti del nostro mondo, l´atmosfera che vi si respira e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo mass media, un´espressione coniata negli anni Trenta del secolo scorso quando i sociologi cominciarono a parlare di «
società di massa». Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Di quale processo i mass media abbiano subìto? Ci rendiamo conto che gran parte di essi non solo convogliano un tipo di comunicazione destinata alle masse ma trasformano i loro utenti in massa?

E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trattando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un´atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce, rendendo kitsch tutto ciò che toccano: le guerre, la morte, l´amore, l´intimità.

A un primo sguardo sembra che questo tipo di comunicazione si incentri sul singolo, sull´individuo, non sulle masse. Ma è una suggestione pericolosa. I mezzi di comunicazioni di massa pongono il singolo in primo piano, lo consacrano persino, incanalandolo sempre più verso se stesso. Anzi, in fin dei conti, esclusivamente verso se stesso: verso i suoi bisogni, i suoi interessi, le sue aspirazioni, le sue passioni. In mille modi, palesi o nascosti, liberano l´individuo da ciò di cui lui è in ogni caso ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni. E nel momento in cui lo fanno ottenebrano la sua coscienza politica, sociale e morale, lo trasformano in un materiale docile alle manipolazioni da parte di chi controlla i mezzi di comunicazione e di altri.
In altre parole lo trasformano in massa [...]. È questo il messaggio dei mass media: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni a essere significative e importanti ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo zapping.

Pubblicato il 15/9/2007 alle 23.34 nella rubrica Lectures.

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