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LI.A1 Ein Brief

Cominciamo dai codici. LIA1, significa niente altro che Lectura I, Appendice 1, vale a dire che con oggi si espone la prima Appendice di testi selezionati e proposti come Lectures. In fondo alla pagina troverete sempre il rinvio alle pubblicazioni precedenti. Ein Brief è il testo scelto per l'esordio della rubrica da leggere in capitoli, liberamente combinati dal sottoscritto. 

Ein Brief 
è una lettera. Per la precisione è la lettera che l'autore, l'austriaco Hugo von Hofmannsthal, attribuisce a lord Chandos indirizzata al Francis Bacon cinque-seicentesco [che taluni identificano tra i possibili indiziati di paternità delle opere pubblicate con lo pseudonimo di William Shakespeare]. E non al me carissimo ed inquietante pittore irlandese, icona del Novecento.

Ventottenne, Hofmannsthal scrisse questo piccolo capolavoro, pubblicato sul Der Tag di Berlino nel
1902, quasi a ripetere il dolore del ventiseienne Lord Chados. Che i più ingordi potranno leggere integralmente, subito, al link che chiude il post.

Hugo von Hofmannsthal

Der Brief des Lord Chandos

LI.A1 La lettera di Lord Chandos

Questa è la lettera che Lord Philip Chandos, il figlio più giovane dell'Earl di Bath, scrisse a Francesco Bacone, in seguito Lord Verulam, Visconte di Sant'Albans, per spiegare all'amico la propria totale e definitiva rinuncia all'attività letteraria.

Se è grande bontà, stimatissimo amico, scrivermi sorvolando sull'inerzia intellettuale che si protrae in me ormai da due anni, ancora maggiore benevolenza del vostro interesse verso me, della meraviglia per l'immobilità spirituale in cui vi sembro essere precipitato, è l'esprimere sentimenti con quel senso di leggerezza proprio degli uomini non comuni, di quelli che pur provati dai travagli della vita, non ne sono stati in alcun modo sconfitti.

Voi sigillate la lettera con le parole di Ippocrate: Qui gravi morbo correpti dolorem non sentiunt, iis mens ægrotat, e ne deducete che abbia bisogno del medico non solo per contenere il mio male, ma anche per rendere edotto l'intelletto delle condizioni dello spirito.

Vorrei rispondervi come la vostra attenzione merita, aprirmi completamente con voi e non so come contenermi. Appena riesco a distinguere se io sono proprio ancora quegli cui la vostra distinta lettera s'indirizza: a ventisei anni, sono io il diciannovenne che scrisse quel nuovo Paride, quel Sogno di Dafne, quell'Epithalamium, quei divertimenti pastorali ridondanti di parole pompose di cui una soave regina ed alcuni dei signori assai compiacenti hanno ancora la bontà di ricordarsi?

E sono ancora io quello stesso che a ventitré anni, sotto il loggiato di pietra della gran piazza di Venezia, intuì quell'intreccio di periodare latino la cui astratta spiritualità e costruzione lo esaltarono nell'animo assai più dei palazzi del Palladio e del Sansovino che si affacciano sontuosi dal mare? E se quegli sono io, come ho potuto svellere dal mio imperscrutabile animo ogni traccia e segno del più tormentato intelletto, al punto che nella vostra lettera che mi sta dinanzi, il cui titolo so mi guarda estraneo e freddo, non riesco ad afferrare lo scritto come un ben compiuto e fluido scorrere di parole armoniche, ma solo parola per parola riesco a leggerlo, proprio come se quei vocaboli latini, così ben congegnati, mi si mostrassero per la prima volta agli occhi?

Ma io sono proprio quella stessa persona, lo so sin troppo bene, e ben conosco la retorica che c'è in queste domande, una retorica che può ben valere per le donne e la camera dei comuni, i cui strumenti tanto sopravalutati ai nostri tempi risultano tuttavia del tutto inidonei a penetrare l'essenza delle cose.

A questo punto io debbo quindi palesarvi il mio animo, come in esso rinvenga una sorta di stranezza, un'insofferenza, una malattia dello spirito, se preferite, se veramente infine volete comprendere come un abisso insuperabile mi divida equamente dai lavori letterari che sembrano prospettarmisi dinanzi, come da quelli passati, e che con tanto desueto linguaggio si rivolgono a me, che esito a riconoscerli come mie fatiche.

Io non so invero se meravigliarmi maggiormente della vostra grande benevolenza o dell'incredibile eccezionalità della vostra memoria dacché richiamate alla mia mente gli innumerevoli piccoli progetti che mi dilettavo ad esporvi nei giorni felici del nostro bello e comune sentire. È vero! Io volevo raccontare i primi anni di regno del nostro defunto e glorioso sovrano Enrico VIII!

Gli scritti lasciatimi da mio nonno, il Duca di Exeter, intorno ai suoi negoziati con la Francia ed il Portogallo costituivano una sorta di avvio; e da Sallustio sorgeva in me, in quei fortunati vividi giorni, come un fiume impetuoso, la presa di coscienza dell'individuazione della forma, quella vera, profonda, intima, che, al di là dell'intreccio de gli artifici retorici, può essere soltanto intuita, quella di cui qualsiasi uomo nulla diman più può dire se non che ordina la materia, la penetra, la eleva e genera insieme poesia e verità, un intreccio di forze eterne, un qualcosa di stupefacente come la musica e la matematica. Questo era il mio progetto più caro.

Ma cosa mai è l'uomo da poter riuscire a realizzare i propri progetti!

Io mi cullavo anche con altri progetti: la vostra cara lettera li lascia riaffiorare. Anche se alimentati, goccia dopo goccia, con il mio sangue, li vedo ora tristemente librarsi dinanzi a me, come afflitte zanzare, su di un muro scuro che la chiara luce dei giorni felici che furono non illumina più. Quelle favole e quei racconti fantastici che gli antichi ci hanno lasciato, che pittori e scultori provano a tradurre nelle loro forme con piacere smisurato ed indescrivibile, era ciò che mi sarebbe piaciuto svelare come geroglifici di un'arcana quanto infinita sapienza della quale a volte mi sembrava di cogliere il caldo respiro come dietro ad un velario.

[ 1, continua ]

Pubblicato il 22/9/2007 alle 9.24 nella rubrica Lectures.

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