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L'alleato

« Se si guarda oltre la Finanziaria, si trova un Paese in cui il degrado, il declino economico, l'insicurezza, la sfiducia nelle istituzioni, l'ondata di populismo, mostrano una situazione di scollamento della nostra società, alla quale si deve mettere assolutamente rimedio. Rimedio che il governo in carica, in questi 18 mesi, non mi pare sia stato in grado di trovare, tant'è che i consensi dei cittadini nei suoi confronti sono diminuiti costantemente ».

Se questo è il passato, per Lamberto Dini il futuro assume i contorni di un verdetto: « Siccome è molto improbabile che questo governo, con questa Finanziaria mediata fino all'estremo con le componenti di sinistra, sia in grado di recuperare terreno, ritengo necessario rivedere e superare il quadro politico attuale al più presto ».


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La crisetta aperta dal voto di Rossi e Turigliatto nel febbraio scorso lasciava un margine di ambiguità alla lettura degli eventi. I protagonisti furono allora gli stessi di oggi: Bordon, Manzione e Dini [di più i primi due, ulivisti docg]. Furono loro a votare l’ordine del giorno che apriva la strada alla schermaglia procedurale che mise sotto il governo, per mano di Roberto Calderoli.

Mi chiesi e chiesi allora a chi rispondessero. Pensai, pensavo, ricostruii e forse penso ancora che presidiassero un
territorio ben preciso a cavallo delle coalizioni uscite a pezzi [con tanto di ferite, mortali e sanguinolente] dalle elezioni politiche generali dell’aprile 2006.

A chi giovò quella guerricciola parlamentare?

Per molto tempo avevo attribuito le sortite del duo Bordon
|Manzione alle asimmetrie logiche di Arturo Parisi. Tiravano per la giacca la coalizione per correggere il profilo mediale della maggioranza sinistra-centro. Profilo evidentemente cucito ad uso e consumo delle reti generaliste eterodirette dal capo dell’opposizione [oggi 4 su 7]. Che Parisi vedeva e vede come di centro-sinistra tout court. Lo ha rimproverato recentemente anche a Veltroni, appena insediato segretario del PD: il nuovo partito non può essere la destra della sinistra, sentenziò correggendo l’infelice uscita contro tutto il popolo romeno del sindaco di Roma, a seguito dell’orribile agguato subito da Giovanna Reggiani.

Oggi Dini appare il frontman di questa pattuglia di senatori, cui si sono aggiunti
Scalera e DAmico. A conferma che i rischi per questa maggioranza non vengono dalla sinistra che viene etichettata come radicale, ma dalla spinta centripeta che prelude al grande risiko che si è aperto intorno alla riforma elettorale: che, per non apparire una pecetta incolore, inodore e priva di qualsiasi efficacia, presupporrebbe quantomeno un riassetto pur limitato dei poteri costituzionali. Ed in questa commedia Lambertow gioca per 3: per Veltroni, di cui è alleato naturale, per la propria pattuglia, convinta di interrompere la pessima spirale bipolare aperta dalla crisi della Repubblica prima del ‘92, e per gli ambienti che puntano a disarcionare definitivamente Silvio Berlusconi.

Pubblicato il 17/11/2007 alle 20.59 nella rubrica Politica.

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