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Benazir, o della misoginia qaedista

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L’eliminazione di Benazir Bhutto è l’ennesima deflagrazione della guerra intra-islamica che ha, quale posta massima, il controllo delle risorse petrolifere: attraverso lo spossessamento ed il rovesciamento delle elite arabe al potere nei paesi chiave della mappa arabo musulmana, a cavallo di Asia ed Africa. In più gioca ancora sul piano simbolico, elevando al massimo livello di visibilità|negazione il contrasto alla crescita del ruolo della donna nel mondo islamizzato.

In effetti la chiave politica della strage è proprio questa: impedire il ritorno al potere di una donna in uno dei massimi e più popolosi stati confessionali asiatici, al crocevia tra la penisola araba, l’Iran e le potenze di Cindia. E con la soppressione di una personalità così emotivamente implicata nella storia pakistana, agire sulla leva delle leve che invertirà il paradigma ideal-misogino che pervade il revanchismo ultra-tradizionalista qaedista. Sarà esattamente l’affermarsi del ruolo femminile nelle società islamizzate, infatti, a decretare la sconfitta definitiva e senza appello del terrorismo fondamentalista che, ogni anno, semina la quasi totalità delle vittime di attentati e stragi tra i fratelli musulmani.

Una scia di sangue che solca due faglie in movimento nello scenario geopolitico mondiale:

1
. la diversa velocità di evoluzione delle società permeate dalla comunicazione istantanea, nell’era della globalizzazione
2. il rinascimento islamico, soffocato dal ripiegamento primitivo delle strutture giuridico-religiose delle costituzioni musulmane, a partire dal XIII secolo, indotto dal sovrapporsi asfissiante delle morali teocratiche agli usi e costumi delle società locali, private dei riflessi civili della filosofia arabo-islamica.

Pubblicato il 27/12/2007 alle 17.35 nella rubrica Politica.

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