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Abbrivo al 2008|1

Sfogliava l’agenda conoscendola a memoria. Gli impegni della settimana intensi, solo il venerdì pomeriggio una pagina bianca: quasi l’orrore per quel foglio privo di annotazioni. Gli suggerii di prendere tempo per sé. Lui, un volontario di lungo corso, di quelli che hanno costruito esperienze associative importanti, non più giovane, mi ascoltava sorpreso. Quasi stupito del mio invito, in luogo di un incontro che in qualsiasi momento avrebbe potuto recuperare. Forse l’età accorcia il tempo e lo rende bene da non sciupare. Elemento vero in assoluto, dall’age quod agis in avanti, ed indietro.

Ma la sua obiezione silenziosa non riusciva a scalfire la mia obiezione palese. Mi sembrava un approccio aziendalistico all’idea di utilità. Utilità del tempo. In luogo di un’utilità del tempo dedicato al difficile discernimento di un “attivismo puramente secolarizzato”, come lo aveva definito
parlando ai suoi gesuiti Hans-Peter Kolvenbach, il papa nero. Certo c’era tutta la dedizione all’altro in quella intenzione. Nemmeno l’ombra di un sentimento negativo. Eppure vi avevo intravisto il timore di fermarsi. Fermarsi per riprendere il cammino, intendevo io, non affondare in un ozio confinante con l’acedia, che è un cattivo rapporto con lo spazio e con il tempo.

La mia obiezione non nasceva per ostilità al principio del learning by doing ed a tutte le pagine di
Harvard Business School ma dal non confondere i piani. Quello che è bene per un’azienda non è necessariamente bene per un individuo, o per una comunità d’individui dediti alla gratuità, né per una comunità tout court. E constatare che anche un uomo certamente dedito al bene relazionale fosse pervaso in fondo, magari inconfessabilmente, da quest’idea di necessità mi interrogava. Provocando un’interrogazione.

Bisogna stare con la mente nel cuoresuggeriscono i padri della chiesa orientale e gli startsi russi.

Ovvero esercitare in pieno le facoltà che ogni persona custodisce. Secondo
Boris Vyseslavcev, il cuore è il centro non soltanto della coscienza ma dell'inconscio, non soltanto dell'anima ma dello spirito, non soltanto dello spirito ma del corpo, non soltanto di ciò che è comprensibile ma di ciò che è incomprensibile; in una parola, è il centro assoluto [dell'essere umano].

Bisogna dunque essere irragionevoli per
stare con la mente nel cuore? È questo il prezzo da pagare per uscire da una cultura facilmente utilitaristica? È questa la porta stretta da attraversare?

Non c’è questa eventualità, perché non esiste l’alternativa secca. I confini sono più sfumati e chi è dedito profondamente all’attività che svolge, profit e non, informale o strutturata, esercita il proprio talento secondo norme esterne. Il punto è invece comprendere quanto radichiamo in convincimenti profondi le scelte che adottiamo, le abitudini che alimentiamo, perfino gli errori ed il male che pure commettiamo. 

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[ 1, continua ]

Pubblicato il 2/1/2008 alle 23.15 nella rubrica moleskine.

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