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Abbrivo al 2008|2

[ 2, continua ]

Marco lo spiega con solennità al settimo capitolo del suo vangelo: «Chiamata di nuovo la folla, [Gesù] diceva loro: Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo. Tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre. Quindi [Gesù] soggiunse: Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo». Non c’è condanna della persona né del contesto, ma dell’intenzione. Il contesto è neutro ed il ventre è l’appagamento che nasce da legittime aspirazioni personali o individuali.

Cogliere il valore delle proprie azioni è invece un impegno che ci mette faccia a faccia con la nostra identità profonda. Richiede tempo. Tempo personale, e metodo, e costanza e silenzio. Il tempo, volendo, si trova. Il silenzio, ovvero la sospensione del tempo in una dimensione introspettiva, contemplativa, è certamente un salto di dimensione che implica una solitudine assoluta. E pertanto imprevedibile, rischiosa. Il cui esito conduce, può condurre ad una cognizione sapienziale dell’esistenza [Sapienza 7]:

24
La sapienza è il più agile di tutti i moti;
per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.
25 E` un’emanazione della potenza di Dio,
un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente,
per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra.
27 Sebbene unica, essa può tutto;
pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova
e attraverso le età entrando nelle anime sante,
forma amici di Dio e profeti.
28 Nulla infatti Dio ama se non chi vive con la sapienza.

Il monachesimo ha il vantaggio di agire secondo cronologie che, apparentemente, facilitano la quotidiana applicazione alla pratica del
silenzio contemplativo. Quanti vivono i tempi corti delle vite ordinarie godono invece del vantaggio di potersi accostare a questo metodo di analisi senza stanchezze abitudinarie. Non è questione di adesione ad una rivelazione confessionale, sebbene chi procede nell’alveo della tradizione cristiana a cavallo di oriente ed occidente sa di potersi poggiare su una straordinaria scuola di ascesi, mai separata da vite ordinarie. La processione dei santi come la tradizione musiva bizantina ce la tramanda.

Persino il nostro intelletto e la nostra conoscenza li amiamo con il cuore, scrive Vyseslavcev. Come in un punto di fuga, la cui sede è nel cuore. E da questa inversione mente|cuore la persona si definisce in base a ciò essa ama e ciò che odia. Pertanto profondissimo centro della personalità è l’amore Eros, cioè la tendenza, il desiderio, lo sforzo; non lo stare sul luogo, non il quietismo, non la fredda contemplazione intellettuale. In questa chiavela perdita della cultura del cuore nella vita contemporanea è perdita della forza di vivere, l’esistenza si trasforma nel continuo morire, inaridirsi, progressivo sclerotizzarsi del cuore. Il sentimento di vacuità, di nulla, deriva dall’inaridirsi della forza centrale della personalità, si è seccata la sua «cordialità». Con san Paolo possiamo intendere: «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini» [Colossesi 3,23] perché «se non avessi la carità, non sono nulla» [1Corinzi 13,2].

Anche la costante eruzione di imperfezione che affiora nelle nostre azioni concilia lo sguardo mite, non accusatorio, sul male che commettiamo;  sempre frutto di una difettosa comprensione delle sue reali conseguenze. Il male può essere un punto di caduta ed è indistinguibile dall’orgoglio. Oppure un fondamento di
«cordialità». E questa seconda oscillazione auguro a ciascuno nelle 366 tappe di questo interludio, alcune delle quali già alle nostre spalle. 

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Pubblicato il 3/1/2008 alle 23.8 nella rubrica moleskine.

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