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Monolitismo perdente

Si tratta di un monolitismo vistoso. Al punto che la campagna elettorale ha l’aria di un’occasione scelta dal Vaticano per tracciare inflessibili spartiacque; e insieme per fissare alcune coordinate al proprio interno.

Ho un’opinione diversa da Massimo Franco, che paventa un rischio di smottamento elettorale del PD sul fronte cattolico. Potrei invertire l’assioma e dire che è la chiesa cattolica romana a confermare lo scisma sommerso che la separa [divide sarebbe un accomodamento semantico] dalla propria base cultuale. Il solito errore di lettura di Camillo Ruini che è rimosso tanto dalla scelta laica di Silvio Berlusconi che da quella dialogante di Walter Veltroni.

Mi pare una concordanza assolutamente positiva.

Berlusconi
respinge la suggestione
teocon di Giuliano Ferrara. Veltroni sceglie il terreno della distinzione tra sfera pubblica e valori statuali per disegnare il profilo riformatore del PD. Non antagonista né anticlericale. Semplicemente autonomo dalle pressioni intollerabili del fanatismo vaticano in salsa ruiniana. Che il 15 aprile uscirà di scena, sconfitto su tutta la linea.

Alla base della disfatta un’errata interpretazione del ruolo della religiosità popolare, che non è credulità popolare. Né delega politica a legiferare secondo i parametri confessionali anche sui nodi eticamente sensibili [quanti
errori la chiesa ha commesso, da legislatore, nella sua non irreprensibile storia…].

Alla base della sconfitta l’equivoco mortale del ruinismo, anche quello che echeggia dalle corde claudicanti di Joseph Ratzinger: una radicale sfiducia nell’uomo. Che non si nutre di forza spirituale per alimentare le radici valoriali che, antropologicamente, si intenderebbe irrigare. C’è una tale
sfiducia nell’uomo contemporaneo che si punta a riempire con parole svuotate di significato la domanda di senso che, al contrario, ovunque si coglie. Forse ancor di più ove sembra essere calato il buio dell'ordinaria follia.

Questa scelta somiglia molto al timore di perdere la
robba in cambio del primato. È largamente preferibile il primato dell’umiltà all’insolenza della robba. Di più ove si trattasse di tesori custoditi a comprimere la forza eversiva del messaggio gesuale. Che non bada a censo o casta e parla agli umili accolti come pari. Pari peccatori e pari pubblicani. Mai ponendosi sdegnosamente al di sopra della povertà umana. Sempre invece irridente della superbia intellettuale del sinedrio e dei cattivi maestri.

Al fondo l'irruzione della biopolitica nel discorso pubblico. Ma di questo è opportuno trattare in maniera specifica.


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Pubblicato il 26/2/2008 alle 9.57 nella rubrica Dialoghi.

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