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Dies Natalis | 1

Oggi sono 15 gli anni trascorsi dal transito di don Tonino Bello. Con l’associazione Ditaubi [le iniziali di don Tonino che trasformano la T in tau francescano] lo ricorderemo questa sera, semplicemente: una messa a lui dedicata ed un frammento sonoro di lui che svolge una propria omelia. Dentro la catechesi svolta dal rettore della basilica che ospita le reliquie di Natanaele, Bartolomeo, don Mario De Santis. Dalle ore 21:00.

É con la stessa speranza e allegria, frutto della fede, per la quale i primi cristiani definivano la morte di una persona amata, di un fratello di fede, come il
« dies natalis » [ il giorno della nascita! ] che ripropongo questa sua omelia natalizia, nella versione integrale. Di cui questa sera accoglieremo i passaggi chiave.

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Con sobrietà, giustizia e pietà.
[Riflessione svolta nel corso dell'incontro di spiritualità per gli Operatori della politica, tenutosi a Molfetta il 16 dicembre 1988]

L'etica della solidarietà obbliga tutti allo smantellamento di quelle basi strategiche che finora hanno sorretto le antiche ideologie del tornaconto privato e della sicurezza nazionale.

Carissimi,

il Natale ci chiama a rapporto ogni anno.
Provoca, cioè, così profondamente la coscienza a misurarsi con le forti identità soggiacenti alla nostra vicenda umana, che è come se ci sentissimo citati in tribunale.
Un tribunale, però, che non incute paura.

Non tanto perché, invece che in un austero palazzo di giustizia, dobbiamo entrare in una grotta, dove, al posto della cattedra del magistrato, sovrasta una mangiatoia.
E neppure perché, invece che di fronte a un giudice dallo sguardo sospettoso, ci troviamo di fronte a un bambino inerme che, senza codici penali tra le mani, ci sorride e ci intenerisce. No!
È perché siamo certi che da questo tribunale non ce ne usciamo con le pesanti condanne che, a norma di tutti gli articoli della legge di Dio, pure meriteremmo per il nostro testardo e recidivo delinquere.

Anzi, ce ne veniamo fuori ogni volta interiormente rinnovati e con un fascio di speranze. La speranza che le cose possono ancora cambiare. Che sulla nostra irrecuperabilità non è data l'ultima parola. Che la sentenza sulla nostra bancarotta spirituale non è passata ancora in giudicato. Che c'è chi continua a fare affidamento sulla nostra ripresa, e che, comunque, anche quando è costretto a pronunciarsi contro, ci sospende il rigore della pena con ripetute condizionali.
Di favore.

Nascita di Gesù e rinascita dell’uomo.

La festa della nascita di Gesù diventa così per noi stimolo per la nostra rinascita.
E se per tutti, angariati come siamo dallo stress delle cose inutili, la povertà del Figlio di Dio si fa vortice di nostalgie e richiamo all'essenziale, per voi politici, in particolare, la culla di Betlem si trasforma in provocazione permanente a quei valori che hanno cullato gli esordi del vostro impegno sociale e che forse, inavvertitamente, avete smarrito per via.

Risuonerà, nella messa di mezzanotte, una splendida espressione di san Paolo, tratta dalla lettera a Tito, che dice così: « È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo".

Vivere con sobrietà, giustizia e pietà. Ecco un forte articolato attorno a cui schematizzare la nostra revisione di vita.

Sobrietà personale.

Il termine "sobrietà" traduce una parola greca più complessa e più ricca, che corrisponde a: saggezza, equilibrio, padronanza di sé, moderazione, temperanza. Sobrio è colui che non è ebbro. Sobrietà è l'opposto di ubriachezza. Non è difficile, pertanto, intuire quale arcipelago di atteggiamenti morali viene evocato quando, parlando a uomini immersi nell'attività politica, li si esorta a vivere con sobrietà.

Non ubriacarsi di potere. Non esaltarsi per un successo. Non montarsi il capo con i fumi della gloria. Guardarsi dal capogiro dei soldi e della carriera. Coltivare religiosamente l'autocoscienza del limite. Evitare la sbornia delle promesse. Mantenere l'equilibrio nel vortice delle passioni. Preservarsi dalle vertigini che può dare il potere d'acquisto della propria parola, sul tavol.o delle spartizioni e dei compromessi.

C'è un passo biblico molto significativo, nel libro dei Proverbi, che vieta espressamente il vino a coloro che stanno a capo di un popolo:
« Non conviene ai re bere il vino, né ai principi bramare bevande inebrianti, per paura che, bevendo, dimentichino i loro decreti e tradiscano il diritto di tutti gli afflitti » [Pr.31,4].

Ovviamente, sotto la proibizione del Vino materiale, si vogliono mettere in guardia gli uomini di governo da tutto ciò che, come si suol dire, può dare alla testa. Nessuno più di loro, infatti, è esposto alla tentazione dei "fumi" e al conseguente pericolo di provocare, con ubriacature morali, l'oblio delle leggi e il tradimento dei poveri.

Da queste considerazioni deve scattare per voi una sincera revisione critica dei vostri comportamenti pubblici, che vi porti a ripudiare ogni intemperanza di potere, ad aborrire dall'esercizio smodato dell'autorità, a convincervi umilmente che anche senza di voi il mondo riesce a sopravvivere e a ritrovare l'equilibrio nelle parole del Signore: "Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» [Lc. 17,10].

Sobrietà comunitaria
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Se, però, l'invito alla sobrietà chiama in causa il comportamento dei singoli, non si esaurisce certo alla sfera personale, ma tocca anche un processo degenerativo comunitario, in atto nel sistema politico nazionale, che provoca riverberi funesti perfino nelle nostre città.
Ed è la partitocrazia, che potremmo chiamare l'ubriachezza dei partiti. I partiti, secondo la carta costituzionale, dovrebbero essere i cosiddetti" corpi intermedi" la cui funzione è paragonabile a quella che il fusto svolge nella pianta.

Il nostro modello di stato sociale, infatti, assomiglia proprio a un albero le cui radici sono costituite dal popolo e i cui rami sono dati dalle pubbliche istituzioni.
Il compito del fusto, cioè dei partiti, è quello di raccogliere e coordinare le istanze vive della base per tradurle in domanda politica organica che vada a innervarsi sui rami.

I cittadini, quindi, sia singolarmente presi, sia associati in raggruppamenti primari detti "mondi vitali", sono le radici del sistema in quanto detengono la sovranità e delegano il potere ai loro rappresentanti affinché lo esercitino nell'interesse del bene comune. I partiti, invece, hanno il compito di incanalare le spinte sociali diverse organizzando il consenso popolare attorno a una determinata politica.

La politica, perciò, secondo una splendida espressione dei vescovi francesi, può essere definita "coagulante sociale", in quanto stringe forze diverse intorno a un medesimo progetto.

È successo però, purtroppo, che il fusto è impazzito a danno delle radici e dei rami.
I partiti, cioè, si sono ubriacati.

Verso il basso, hanno espropriato i cittadini e i "mondi vitali" di alcune loro mansioni primarie, assorbendo per esempio l'informazione, l'editoria, la cultura, lo spettacolo, e spesso condizionando la vita di gruppi e associazioni.

Verso l'alto, hanno invaso quasi tutte le istituzioni dello stato, non solo lottizzando gli enti pubblici esclusivamente secondo criteri di appartenenza politica, ma anche mitizzando la disciplina di partito (se non addirittura di corrente) a scapito della coscienza individuale e snervando perfino la sovranità del Parlamento, sempre più ridotto a cassa di risonanza per accordi presi al di fuori di esso. Non è più lo stato sociale, ma lo stato dei partiti.

Le conseguenze di questo corto circuito sono drammatiche.

Da una parte i problemi ristagnano, i progetti parcheggiano, gli intoppi burocratici si infittiscono, e perfino certe provvidenze di legge si incagliano sui fondali della sclerosi amministrativa, si usurano negli intrighi delle clientele, e naufragano nel gioco delle correnti.
Dall'altra parte cala la fiducia nella politica, visto che è stata ridotta dalla partitocrazia non a "coagulante" ma a "dissolvente" sociale. L'opinione pubblica accentua sempre più la tendenza ad angelicare la società e a demonizzare lo stato.

I giovani, pur sentendo una vivissima vocazione alla solidarietà, preferiscono riversare il loro impegno nel volontariato: questo sta a dire che rifiutano ormai le semplici proposte di gestione e cercano altrove i laboratori per la rigenerazione dell'humus etico della politica.

Si tirano indietro gli adulti, disgustati dallo spettacolo dei partiti che, abusando di reciproche interdizioni per osceni motivi di ingordigia nella spartizione delle pubbliche spoglie, producono, anche nelle nostre amministrazioni locali, paurosi ristagni e incredibili paralisi di governo.

Se è vero che l'impegno generoso e trasparente che si esprime in un partito, per il bene comune, è una forma altissima di carità, il fatto che le sezioni politiche si svuotino provoca nel vescovo una preoccupazione non meno sofferta di quando vede disertata la sede di un gruppo ecclesiale.

È urgente che i partiti, i quali restano pur sempre strumento essenziale della nostra democrazia rappresentativa, si disintossichino dall'ubriacatura.
Si ravvedano dal loro delirio di onnipotenze.
Riacquistino la sobrietà.

Concorrano”, cioè, come dice l'art. 49 della Costituzione, “a determinare la politica nazionale ”, ma senza la pretesa di monopolizzarla definitivamente.

E tornino alloro compito fondamentale, che è quello di ascoltare la gente, educare i comportamenti, mediare gli interessi, e non certo di trasformarsi in forche caudine, da cui, anche per il più semplice sospiro, bisogna necessariamente passare, attraverso sistemi di tessere, clientele e patronati correntizi.

[
1, continua ]

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Pubblicato il 20/4/2008 alle 11.47 nella rubrica Via.

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