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LIVA3 Sentinella, quanto resta della notte?

Giuseppe Dossetti

Sentinella, quanto resta della notte?

L
IVA3 Milano, Città dell'uomo, 18V1994 

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Giuseppe Dossetti, secondo Giulio Andreotti

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L’uomo interiore

Dal confronto di questi tre testi possiamo ricavare:

- il significato fondamentale, preso dalla filosofia greca volgarizzata, di uomo interiore in s. Paolo;
- e a un tempo il suo slittamento verso il concetto propriamente semitico [ed evangelico, e tipicamente paolino] di uomo nuovo.

Tutt’e due sono indispensabili, a parer mio: e tutt’e due devono essere tenuti presenti e valorizzati nella ricostruzione etica che è necessaria perché la nostra conversione sia piena e matura: e perché l’eventuale operare politico dei cristiani si possa effettivamente sottrarre agli errori e alle colpe sinora commesse.

Cominciamo dall’uomo interiore nell’accezione della filosofia greca volgarizzata, ben presente nella frase riferita dell’epistola ai Romani: è l’uomo secondo ragione, secondo la mente che impegna per il meglio le sue facoltà a costruirsi pienamente secondo quelle virtù che chiamiamo cardinali [e che anche gli antichi chiamavano così]: la temperanza, la fortezza, la prudenza e la giustizia.

Dobbiamo riconoscere che noi cristiani le abbiamo di fatto trascurate: tutte o quasi tutte, almeno per certe loro parti o implicanze. Abbiamo magari insistito molto sulla temperanza, e in particolare sulla castità, ma assai meno sulla fortezza: che ci possa far sostenere non dico la persecuzione violenta, ma appena il disagio sociale di una certa diversità dall’ambiente che ci circonda, oppure che ci porti ad affrontare il contrasto e la disapprovazione sociale o comunitaria, per difendere esternamente una tesi sentita in coscienza come cogente.

Ancor meno abbiamo insistito sulla giustizia in quanto obbligo di veracità verso il prossimo [e di qui la tendenza a tante dissimulazioni, considerate spesso dai non cristiani tipicamente nostre]. Soprattutto non abbiamo saputo raggiungere un senso pieno della giustizia, superando una sua concezione limitata solo a certi rapporti intersoggettivi e sapendola estendere ai doveri verso le comunità più grandi in cui noi siamo inseriti. E’ a questo punto che si è potuto asserire da altri [Ernesto Galli della Loggia], in un ripensamento della vicenda storica del liberalismo nei confronti del cattolicesimo, nei decenni trascorsi dell’ltalia unitaria, che al vuoto religioso o all’anticlericalismo del liberalismo, i cattolici non hanno offerto il compenso che potevano dare e che doveva essere loro proprio, per l’edificazione di un’etica pubblica.

Se questo è vero - come può apparire vero anche a prescindere dalla ricostruzione storica del Galli della Loggia, in conformità a molti e insistenti richiami Lazzatiani in materia - dobbiamo riconoscere di avere negli ultimi decenni perduto un’occasione storica unica e probabilmente irrecuperabile, e dobbiamo, pur tardivamente, cercare di riempire il vuoto e di correggere i molti errori e peccati. Dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico di formare le coscienze dei cristiani [almeno di quelli che vorrebbero essere consapevoli e coerenti] per edificare in loro un uomo interiore compiuto anche quanto all’etica pubblica, nelle dimensioni della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia [quanto ancora c’è da fare soprattutto per l’eticità tributaria, oltre le facili giustificazioni forse talvolta ovvie, ma sempre non consentite al cristiano!].

L’uomo nuovo e la città dell’uomo

Ma san Paolo ci insegna anche che all’uomo interiore si oppone [combatte contro] un’altra legge o forza antitetica che è nelle radici della nostra corporeità intaccata dal peccato. E la consapevolezza di questo dovrebbe anzitutto portarci tutti all’umiltà: ad edificare i nostri sforzi individuali e collettivi sul presupposto della nostra miserabile fragilità, che fa dire all’Apostolo: sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?

Umiltà, dunque: individuale e collettiva di noi tutti cristiani. Mentre è tanto facile che, come collettività, procediamo con falsa sicurezza, con infelice parrisia, se non con arroganza, che proprio ripensando a tutti questi decenni non dovremmo avere, ma dovremmo piuttosto sentire come ragione di confusione e di vergogna.

L’uomo interiore, tuttavia, può essere salvato, anzi, come dice san Paolo, rinnovarsi di giorno in giorno se è potentemente rafforzato dallo Spirito di Dio.
Allora l’uomo interiore può essere elevato a uomo nuovo, veramente essere in Cristo nuova creazione [2 Cor 5, 17 e Gal 6, 15]; rivestito di Cristo come è realmente ogni battezzato [Gal 3, 27]. Può così essere fortificato per ogni combattimento dalla panoplia di Dio [Ef 6,11]; cioè rivestito della corazza della fede e dell’amore [I Tes 5,8], e rivestito, come eletto di Dio, di viscere di misericordia [Col 3, 12].

Ma appunto tutto ciò deve essere di ora in ora implorato da Dio, credendo e confidando nella sua Paternità misericordiosa: piego le ginocchia [...] perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria [...].
In ultima analisi, è solo questo che può vincere la notte. Lo squarcio operato nel buio - nel momentaneo leggero peso della nostra tribolazione - dal fulgore dell’enorme, letteralmente “eterno peso di gloria”.

Ma per questo ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia.

Purtroppo siamo invece più spesso abituati al contrario, cioè ad immergerci continuamente e totalmente nella storia, anzi, nella cronaca: la nostra miopia ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani [sempre egoistico], non oltre, in una reale dilatazione di spirito al di là dell’io. [Anzi, qualcuno poteva persino vantarsi di questo, come prova di concretezza e di realismo: non accorgendosi che tutto si riduceva a rimedio empirico, ad espediente effimero].

C’è un aspetto e una conseguenza particolare di questa auspicabile sanazione della nostra vista - sanazione, dico, operata dal richiamo escatologico - che mi pare, concludendo, di dovere fra le altre particolarmente segnalare: il ricordare sempre che la Chiesa non è ancora il Regno di Dio: ne è, se mai, il germe e l’inizio. E va aggiunto che delle sue due funzioni: l’evangelizzazione [cioè l’annunzio del Cristo morto, risorto, glorificato] e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto.

Il che porta a concludere che tutte queste realtà temporali che dovrebbero essere ordinate cristianamente [compresa la politica] possono essere finemente e saggiamente relativizzate, secondo le diverse opportunità concrete: e comunque sempre vanno rispettate nella loro autonomia e perseguite da laici consapevoli e competenti che, come diceva Lazzati,
vivono gomito a gomito, per così dire, degli uomini del loro tempo e di varia estrazione culturale... attraverso il confronto e il dialogo, naturalmente senza perdita della propria identità, sempre nel rispetto della natura di tali realtà e della loro legittima autonomia, con sincero sforzo di comprendere l’altro.

E questa è la via - diurna e non notturna - verso la Città dell’uomo, nella prospettiva sempre intensamente mirata della Città celeste, della nuova Gerusalemme.

LIVA3 di 3 Sentinella, quanto resta della notte? 

Link map: dossetti|sentinella, seconda di tre parti

Pubblicato il 27/4/2008 alle 12.12 nella rubrica Lectures.

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