Blog: http://Ethos.ilcannocchiale.it

II L'etica di fronte alla vita vegetale

Di don Vito Mancuso | 2 - continua

A questo punto però sento la voce di Benedetto XVI che rimprovera questa mia prospettiva di
relativismo in quanto privilegia la libertà del singolo a scapito della verità oggettiva.

È mio dovere cercare di rispondere e lo faccio ponendo una domanda: Dio ha voluto oppure no l’incidente stradale del 18 gennaio 1992 che ha coinvolto Eluana? A seconda della risposta discende una particolare teologia e una particolare etica. Io rispondo che Dio non ha voluto l' incidente. L’incidente, però, è avvenuto. In che modo allora il mio negare che Dio abbia voluto l’incidente non contraddice il principio dell’onnipotenza divina? Solo pensando che Dio voglia sopra ogni cosa la libertà del mondo, e precisamente questa è la mia profonda convinzione. Il fine della creazione è la libertà, perché solo dalla libertà può nascere il frutto più alto dell’essere che è l’amore. Ne viene che la libertà è la logica della creazione e che la più alta dignità dell’uomo è l’esercizio della libertà consapevole deliberando anche su di sé e sul proprio corpo.

È verissimo che la vita è un dono di Dio, ma è un dono totale, non un dono a metà, e Dio non è come quelli che ti regalano una cosa o ti fanno un favore per poi rinfacciartelo in ogni momento a mo' di sottile ricatto. Vi sono uomini di Chiesa che negano al singolo il potere di autodeterminazione. Perché lo fanno? Perché ospitano nella mente una visione del mondo all' insegna non della libertà ma dell' obbedienza a Dio, e quindi sono necessariamente costretti se vogliono ragionare [cosa che non sempre avviene, però] a ricondurre alla volontà di Dio anche l’incidente stradale di Eluana.

Delle due infatti l’una: o il principio di autodeterminazione è legittimo perché conforme alla logica del mondo che è la libertà [e quindi l’incidente di Eluana non è stato voluto da Dio]; oppure il principio di autodeterminazione non è legittimo perché la logica del mondo è l'obbedienza a Dio [e quindi l’incidente è stato voluto da Dio]. Tertium non datur. Per questo io ritengo che la deliberazione della libertà sulla propria vita non solo non sia relativismo, ma sia la condizione per essere conformi al volere di Dio.

Il senso dell’esistenza umana è una continua ripetizione dell’esercizio della libertà, a partire da quando abbiamo mosso i primi passi, con nostra madre dietro, incerta se sorreggerci o lasciarci, e nostro padre davanti, pronto a prenderci tra le sue braccia. In questa prospettiva ricordo alcune parole del cardinal Martini: «È importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all’uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della persona... La vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto».

Il valore assoluto è la dignità della vita umana che si compie come libertà. Sarebbe un immenso regalo a questa nazione lacerata se qualche esponente della gerarchia ecclesiastica seguisse l'esempio della saggia scuola democristiana di un tempo esortando gli smemorati politici cattolici dei nostri giorni al senso della laicità dello stato. Li aiuterebbe tra l’altro a essere davvero quanto dicono di essere, il partito della libertà. Che lo siano davvero e la garantiscano a tutti, così che ognuno possa vivere la sua morte nel modo più conforme all'intera sua vita.

Pubblicato il 16/2/2009 alle 10.10 nella rubrica Dialoghi.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web