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Reality schock

 

«Siamo entrambi pediatri - riferisce Antonio Iavarone -, io sono di Benevento e mia moglie di Bari, e ci siamo conosciuti al Policlinico Gemelli, all'inizio degli anni '90: lavoravamo entrambi al reparto di Oncologia pediatrica. Grazie alle nostre ricerche avevamo ottenuto un grande finanziamento da parte della Banca d'Italia. Ma a un certo punto ci siamo resi conto che non potevamo fare il nostro lavoro in Italia, e così ci siamo spostati in America, a New York, prima alla Albert Einstein, nel 2000, e poi alla Columbia nel 2002.

Il nostro caso è stato paradigmatico per quanto riguarda le caratteristiche, ma non è certo un caso isolato. Però non mi chieda altro, altrimenti ci dicono che facciamo sempre polemica. E invece noi adesso vogliamo parlare solo della nostra scoperta [il gene che svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle cellule staminali e che è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello, ndr], che ci fa essere molto speranzosi per gli sviluppi futuri delle cure».

Da noi la bravura non paga, s'intitolava l'articolo che per la prima volta parlava della vicenda. «Il primario di oncologia, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile - raccontava nel 2000 a Elena Dusi Iavarone -. Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi, un giorno, all'inizio del '99, abbiamo denunciato tutto».

Non mi è mai piaciuta la parola
meritocrazia, non perché non abbia valore ma perché, in Italia, apre nuove fratture in cui annidano le normali categorie del nepotismo e del familismo amorale, della raccomandazione non per via politica ma baronale, magari ammantata di fede pubblica, di etica iperconfessionale, e normale disprezzo del minimo canone di rispetto per i successi altrui, l’altrui potenziale umano e professionale: a Milano come a Messina [parlo per cognizione, non per relata refero, nda]. Peggio se a muoverlo, quel disprezzo, sono invidia e senso dell’intoccabilità. Meschino e - come racconta Iavarone - subdolo, fetido, opportunistico, inestricabile, imbattibile.

Conosco personalmente il prof. Iavarone e sono lieto abbia avuto - insieme a sua moglie Anna Lasorella - la forza di denunciare prima e ridicolizzare poi, nella ferialità del suo lavoro di persona al servizio delle persone, attraverso la fede nel proprio lavoro e nel proprio talento, ed una reale carità, esercitata ma non declamata, il paese realeIl cui leader più appropriato non potrebbe che essere Silvio Berlusconi, il sarto confezionatore del sogno a buon mercato e senza fatica, il reality shock più ordinario, l’ipnotizzatore che vellica e copre i tanti Renatini [in questo caso Mastrangelo, ndr], altrettanti epigoni impettiti ed in doppio petto del defunto capoclan della Magliana, con altri mezzi. In giro a piazzare prostitute e cocaina per distorcere il valore comunitario di una competizione dura ma leale. Oppure a promuovere segretarie, amanti e cortigiani ai massimi livelli istituzionali. O infarcire figli imbelli e nuore incapaci in qualunque ganglo vitale di una società ipocrita, liberticida ed autoassolutoria. Oltre che autolesionista: non un sistema in grado di comprendere la differenza tra interesse privatissimo e senso dell’alterità, a servizio del luogo pubblico, della comunità larga dei cittadini.

Al momento. Non è una condanna perpetua.


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Pubblicato il 17/8/2009 alle 20.2 nella rubrica Il male oscuro.

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