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Attenti ai siluri del “New York Times”: sono lapidi


Particolare dela facciata del NYT, la cui redazione centrale occupa una ventina di piani nell'edifiicio progettato da Renzo Piano

I giornalisti americani che lavorano nel grattacielo del
New York Times costruito da Renzo Piano sulla 52esima strada, ieri pomeriggio si sono rotti la testa a decifrare le parole usate da Silvio Berlusconi a Benevento.

Il direttore
Bill Keller e i suoi redattori non riuscivano a capire il senso della frase: la stampa estera sputtana il Paese, perché il verbo sputtanare è difficile da tradurre in inglese. Dopo molte discussioni si è capito nel giornale dell'area liberal che il Premier italiano accusava la testata di compromettere la reputation del Cavaliere dopo l'attacco di venerdì in cui il quotidiano americano ha dedicato un pesante editoriale sulla sentenza della Corte Costituzionale, che suonava come un preciso avvertimento.

E forse non è sbagliato pensare che nella valanga di critiche che la stampa estera sta rivolgendo da settimane al suo comportamento negli affari pubblici e privati,
papi-Silvio abbia considerato quella del New York Times la freccia più avvelenata. D'altra parte il giornale che l'anno scorso ha tirato la volata ad Obama contro McCain, quando scende in campo pesa nell'establishment internazionale ben più dei tabloid inglesi della domenica che fanno titoloni sui pettegolezzi.

Per dirla con il titolo dell'ultimo libro di Antonio Tabucchi,
Il tempo invecchia in fretta, ma bisogna fermarsi un attimo per ricordare ciò che avvenne il 3 gennaio 1993 sempre per mano del New York Times. Quel giorno il quotidiano sparò un attacco frontale al declino di Giulio Andreotti sostenendo che la sua reputazione era stata intaccata da quattro pentiti di mafia.

Chi ha vissuto quegli anni accanto al Divino Giulio potrebbe raccontare che cosa avvenne nell'ufficio di piazza in Lucina dove il presidente lavorava con la fedele signora Enea e il capo ufficio stampa Stefano Andreani. Dopo la lettura dell'articolo Andreotti diventò più terreo del solito e confidò agli amici [tra questi Paolo Cirino Pomicino] che il pezzo uscito sul
New York Times era da considerare una lapide sulla sua carriera politica. Dieci giorni dopo partecipò al programma Mixer di Gianni Minoli e disse testualmente: «finché ci gestiamo in casa le nostre cattiverie posso tacere, ma quando vengono riportate su un giornale autorevole devo reagire».

Ed è quanto ha fatto ieri Berlusconi consapevole della forza del messaggio che anche questa volta parte dal
New York Times e sembra riflettere il punto di vista dell'Amministrazione Obama a Washington. Non è un mistero che i rapporti di papi-Silvio con il governo del neo-premio Nobel siano improntati a una grande diffidenza.

E qui non è solo in ballo Michelle, la muscolosa moglie del presidente Usa, che al G20 di Pittsburg ha rifiutato l'abbraccio seducente del premier italiano, perché l'origine del
disincanto di Barack Obama risale al 15 giugno scorso quando ricevette Berlusconi a Washington per un caffè e una chiacchierata dopo la quale venne annullata la conferenza stampa. Nemmeno la passeggiata tra le macerie dell'Aquila durante il G8 sembra aver rimesso qualcosa di più di una cordialità formale nel circuito dei rapporti diplomatici tra Washington e Roma.

La materia dell'attrito non è epidermica e a svelarne la natura è stato il nuovo ambasciatore americano in Italia David Thorne quando a metà settembre ha dichiarato la grande preoccupazione della politica americana per la dipendenza energetica dell'Italia e di tutta l'Europa, poi ha aggiunto che gli Stati Uniti sono contenti che Tripoli e
Gheddafi abbandonino la strada del terrorismo.

Sono questi i temi caldi che si stanno esaminando al Dipartimento di Stato. In ballo c'è l'asse che Berlusconi ha creato con l'amico Putin per il gasdotto
South Stream e la presenza sempre più massiccia dei capitali libici dentro le aziende italiane [l'ultima è Finmeccanica che pochi giorni fa ha portato a casa una commessa da 400 milioni di dollari preludio di una partecipazione azionaria che nemmeno l’A.D. Pierfrancesco Guarguaglini si è sentito di smentire].

A Palazzo Chigi nessuno tra i collaboratori del premier è in grado di tenere a bada la stampa estera, ma tutti hanno visto il missile del
New York Times e l'ha visto anche il Cavaliere che non a caso ha usato l'intraducibile verbo sputtanare.

[ Fonte Dagospia, 12 10 2009 ]

Pubblicato il 12/10/2009 alle 23.32 nella rubrica Apologhi.

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